LA MEMORIA, L'OBLIO

L’uomo aprìgli occhi e nel biancore unanime riuscì a distinguere un punto luminoso. Tutto intorno a lui sembrava oscillare indistinto in un’aria densa e lattescente. A poco a poco la vista cominciò a schiarirsi e i contorni delle cose si fecero sempre meno incerti: comprese di trovarsi al chiuso, sdraiato su un letto. Il punto luminoso proveniva da una lanterna appesa ad un gancio; non era la stanza ma la luce ad oscillare. Uno spiffero passava attraverso le cuciture della cuspide di tela facendo dondolare piano la lanterna. Accanto a lui, un uomo dormiva o sembrava dormire; aveva una gamba ingessata, sostenuta da un’imbracatura. Più in là, da punti che non si potevano scorgere, giungevano lamenti, ed anche un bisbiglio cadenzato e ossessivo: forse una preghiera, oppure il delirio insensato di un moribondo. A un tratto un uomo corpulento, vestito di bianco, si avvicinò, chiedendogli con vocione profondo:”Non sono già passati a cambiare le bende, no?” Le bende?, avrebbe voluto chiedere lui, ma nonostante lo sforzo i muscoli non obbedivano e le parole rimasero là, in quel limbo fra il pensiero e la gola.

“Vediamo un po’” decise l’omone senza aspettare la risposta, che non giunse. Sollevò con una mano grassa e smisurata il lenzuolo e giudicò: “No, non son state cambiate.” Per un attimo si voltò, armeggiando di spalle qualcosa che aveva un rumore di ferraglia. L’uomo sul letto pens�: “Sono in un ospedale, forse un ospedale da campo. Perché sono qui?”

L’infermiere si voltò verso di lui; dentro i guanti di lattice le sue manone sembravano mammelle di mucca. In una mano impugnava una pinza dalle estremità lunghe e sottili come il becco di una cicogna, nell’altra un sacchetto azzurro. Infilò la mano armata di pinza in un punto che il paziente non riuscì a localizzare, poi la tirò fuori. La cicogna pinzava un involto giallastro, l’infermiere lo contemplava con aria dottorale. “C’è più pus qui che nelle… che in un…” Non trovò subito un paragone azzeccato e lasciò morire la frase e cadere le bende nel sacchetto azzurro. Prese delle garze nuove e le sistemò al posto di quelle zuppe. Poi diede un’occhiata rapida alla sacca appesa all’asta della fleboclisi, e si allontanò. L’uomo cercò di drizzare il collo ma lo sforzo fu vano: la testa non si muoveva. Non poteva parlare, non poteva muovere la testa, non poteva sapere in che punto del corpo era la ferita, dove si trovava, perché era lì, come e perché era stato ferito. Ma soprattutto, chi era. Provò a stringere la mano a pugno e avvertì soltanto un leggero movimento delle dita.

“A poco a poco” pensò “come è tornata la vista mi tornerà la memoria, ricorderò chi sono e che ci faccio qui. Poi ritorneranno le forze e la parola, e piano piano riuscirò a muovermi.”

Riuscì a darsi fiducia, poi prese a formulare ipotesi nel pensiero. Si augurò che prima o poi lo informassero, che qualcuno spontaneamente gli dicesse: “siamo in questo posto per questo motivo”, magari l’uomo della branda accanto con la gamba ingessata, quando avesse riaperto gli occhi. Anzi, meglio l’infermiere, o un medico, una suora… qualcuno che poteva dirgli pure il suo nome, leggendolo sulla cartella appesa ai piedi della branda. Si sforzò di ricordare. Ricordare, ricordare… sono forse un soldato? Non ricordo marce, armi né stellette… o forse sono un civile che vive in una zona di guerra? O mi trovo qui per qualche altro motivo”

Ricordò o forse sognò se stesso bambino con in mano una sciabola di cartone o di plastica ed in testa un elmetto a chiazze mimetiche. Il nemico, con uguale divisa e armatura lo scruta dietro le lenti spesse. Un gatto sopra una cinquecento color caffellatte assiste al duello decisivo. Il teatro di battaglia è circondato da alte costruzioni balconate dalle quali si affacciano signore che ritirano lenzuola bianche e richiamano gli eroi al rancio. Quel volto di bambino occhialuto per quanto si sforzi non gli dice niente. Esisterà anche fuori dal mio pensiero?, un fratello?, un amico? Magari ho famiglia, ho qualcuno che adesso sta in pena per me, magari mi crede morto… e non sa che mi trovo qui. Una persona che mi è cara, e che se anche si trovasse qui accanto io non riconoscerei. Chi sono, chi sonoooo!, avrebbe voluto urlare, ma le parole gli si strozzarono in gola e provò fatica per lo sforzo del tentativo d’urlo soffocato. Lo sconforto lo assalì. “Illuso… non mi alzerò più da qui e non mi tornerà la parola, morirò qui senza sapere chi sono e perché sono morto.” Gli occhi non si inumidirono, ma all’uomo sembrò di lacrimare. “Preparati, questa prigione bianca è la tua tomba.” Un vociare confuso, gemiti, lamenti, rumori vaghi. E poi pianti di bambini, bambini che soffrono e muoiono vittime di una guerra vera.

“In che inferno son finito?”

Poi udì sussurrare: “Cancrena” “pochi dubbi, Burkardt”.

Un viso giovane con gli occhialini dalla montatura leggera gli comparve improvvisamente innanzi, come in una visione o in un sogno insensato.

“Signor Pinti, capisce la mia lingua? Sono il dottor Bral, siamo costretti ad amputarle la gamba sinistra. Ci rincresce, ma non abbiamo scelta. Si deve far coraggio signor Pinti”.

“Pinti, ho un nome, Pinti.” Un nome, due sillabe magiche, capaci di fargli attutire la notizia tremenda. Aver recuperato la propria identit�, anche soltanto con un cognome e nient’altro, gli bastò per risollevarlo. Ma durò poco. “Mi devono amputare la gamba sinistra. Sono Pinti, un invalido, un mutilato. Pinti lo zoppo. Zoppo e smemorato” pensò, sopraffatto da un pianto di gola, senza lacrime. Immaginò di scrivere il nome appena appreso sul bianco del soffitto di tela. Pinti, la P maiuscola panciuta, piena d’aria come le labbra che stanno per pronunciarla, le i con i puntini belli tondi dove la tela ha assorbito l’inchiostro, la penna si è trattenuta, senza fretta, per scriverlo in bella grafia quel nome. La sala operatoria è alloggiata in un’altra tenda, per raggiungerla dall’infermeria si attraversano venti metri all’aperto. Oggi è una bella giornata, quando piove si passa dall’interno, ma oggi è meglio non intralciare il passaggio coperto, con tutti i feriti che continuano ad arrivare dopo l’esplosione della mina di poche ore fa. Pinti si accorse di trovarsi all’esterno. Con la coda dell’occhio vide un fico selvatico, poi riconobbe un noce. “C’è caldo e sono tutti vestiti in abiti leggeri. Siamo in estate, sul fico i frutti sono viola e le noci sono ancora verdi. Oppure siamo in un paese tropicale, e magari…

“Signor Pinti” irruppe la voce del medico “si faccia coraggio, su. Ora le pratichiamo l’anestesia e fra un po’ dormirà come un bambino”.

“Ma non è troppo rischioso?”

“Certo che è a rischio Laura, ma almeno non ci rimproveriamo di non averci provato! Dovremo lasciarlo morire di cancrena? Che alternativa hai?”

Questo dialogo fra medici però Pinti non poté sentirlo. L’anestesia aveva già fatto effetto.

“Se ne sta andando dottor Bral”.

“Oh, merda!”

Il chirurgo e il suo aiuto, gettati i guanti nella cesta, passano oltre la tela nella camera accanto: un’altra emergenza, un’altra vittima di questo macello. Restano gli infermieri e gli ausiliari.

“Raul compili tu la cartella? Correggi: è arrivato con i documenti di quello che era con lui. Cesar Luis Pinti è l’altro, questo si chiamava Antonio Testa, scrivi. Cittadinanza italiana, tesserino stampa. Avvisa subito il piantone: trasmettere all’ambasciata”.

Antonio Testa, corrispondente dal fronte della “guerra sporca”. La memoria, l’oblio. si…Ma anche se fosse morto da Antonio Testa?, l’oblio l’avrebbe cancellato comunque.

Altri dopo di lui, decenni più tardi, ignari di Testa, di Pinti, delle urla strazianti dei bambini… altri che arriveranno dopo di lui, sarebbero ricaduti nell’insensata barbarie della guerra.

Anche loro, come Testa, colpiti da amnesia.

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