Sono parecchi i forum e i blog che segnalano le parole e le espressioni meno sopportate. Molte conferme, qualche sorpresa. Non si è estinto “attimino”, dato che suscita ancora fastidio. Evidentemente c’è chi lo usa tuttora e senza ironia. Molte espressioni stufano perché abusate: è il caso di “alla grande” e “sclerare”. Poi non si sopportano più certi anglicismi esasperati. Espressioni come skillato, matchare, schedulare, gadget brandizzati diventano ridicole quando escono da certi ambiti e penetrano nel linguaggio comune, come nella pretesa di vender meglio un prodotto dicendo che è “altamente performante”. A Milano, archiviati ormai gli storici “raga” e “rego”, ecco: “vado in pale” (palestra), o “ci facciamo un ape” (aperitivo). Diverso da “ape”, anche se affine, è dire “happy” per “happy hour”, o “il beach” per “beach volley”. Infine, non sono il solo a detestare il culto del monoaggettivo: se negli anni 80 tutto era mitico e nei 90 straordinario, in questo scorcio di decennio tutto è strepitoso. Una pizza strepitosa, un gol strepitoso, un film, una band, una clip: tutto strepitoso senza distinzione. Ma il miglior arbitro come al solito è il tempo: alcune espressioni perdureranno altre no. E il linguaggio tramonta insieme alla categoria che lo usa. “L’intrapresa” usato come sostantivo e “mi consenta”, ad esempio, hanno già stancato.
Il famoso detto “centu concas, centu berritas” a volte esprime la ricchezza della pluralità di idee. Più spesso invece viene adoperato con insofferenza, quando non si riesce a metter d’accordo più persone. Sulla panchina di una squadra, al volante o in barca è davvero meglio quando ce n’è una sola di testa al comando, e d’altronde se sbaglia è quella che cade o dovrebbe cadere per prima. Ma in una nazione, come in qualunque assemblea, le cose vanno meglio invece quando altre teste possono confrontarsi con quella del leader; quando c’è compensazione, divisione dei poteri, sana concorrenza, molteplicità di voci, tutela delle minoranze. Il problema è quando c’è una sola conca e quindi una sola berrita. Quale sia il copricapo poi non cambia. Che sia un colbacco o un fez, una corona, una feluca o un miracoloso trapianto, è opprimente se c’è solo quello. A voler adeguare la testa a una sola berrita ci si fa del male ma è umano, perseverare con la stessa non è diabolico, è patetico. Il compianto Giorgio Gaber ironizzava: “Ma come, con tutta le libertà che avete, volete anche la libertà di pensare?” Troppo zelante: chi più della conca ha a cuore la berrita non sa che farsene di certe libertà . Se non coltivata sa conca si secca, calcifica, e può solo risbattere. Come si dice in logudorese: “abba in su pistone pista, abba est, et abba s’istat”.
Il Mediterraneo è il profilo di un coccodrillo, Mallorca è l’occhio, la Sardegna l’orecchio. Il Golfo di Taranto è la testa di un orso.
A me e a mio fratellino ci piaceva mangiare le patatine nell’intervallo, al cinema dei Salesiani. Ricordo che, mangiucchiando, guardavamo il dorso della busta, dove c’erano suggeriti luoghi dove consumarle. Col ditino unto di papatine gli indicavo uno per uno i disegnini dei riquadri. Fantasticavamo sui luoghi dove avremmo potuto trovarci: al circo, al mare, allo stadio, a una festa, a un pic-nic… A mio fratellino piacevano moltissimo anche i grissini. Coi grissini potevo ricattarlo, corromperlo, comprare il suo silenzio. Potevo dirgli, ad esempio: – se dici questo segreto a qualcuno non ti compro più grissini -. Sì, perché io ero l’amministratore dei soldi che i nostri genitori ci davano per le merendine.
All’uscita, cento piccoli Tarzan si battevano il petto emettendo l’urlo del re della giungla o si arrampicavano sui tubi di scolo delle grondaie.

