
Posto qui il racconto che ho scritto per la Giornata mondiale del libro e del diritto d’autore.
GRAZIE, DOTTOR REIS
Sono entrato in libreria alla ricerca di un libro senza sapere bene quale né di quale autore. Ma ho ben chiaro il genere. Un libro con una narrazione e una prosa come quelle di José Saramago. La libreria è di quelle dove ti lasciano sfogliare e curiosare fra le costole dei volumi allineati senza tormentarti. Dopo, ma solo dopo, ti chiedono se hai bisogno di aiuto o di un consiglio. Uno qualsiasi di Saramago che non ho letto. Oppure di un autore con una scrittura fluviale, quella prosa in cui la narrazione, i dialoghi, le memorie di dialoghi avvenuti in passato, persino le ipotesi di dialogo che non hanno luogo se non nel pensiero dei personaggi, ma che condizionano il racconto e perciò la lettura, sono mescolati in un unico torrente dove scorre una sola voce narrante. Una scrittura franca, genuina, che ottiene la fiducia del lettore, perché è come una deposizione, ed è al tribunale del lettore che quella voce depone. Ecco: un modello di scrittura che trovo congeniale al mio stato d’animo di lettore. Forse è solo il mio stato d’animo di oggi, chissà. Lo sguardo mi cade su un libro di Antonio Tabucchi, Gli ultimi tre giorni di Fernando Pessoa. È un libriccino leggero, agile, col registro confidenziale che cercavo. È datato, c’è un’etichetta adesiva col prezzo in euro che non riesce a nascondere del tutto il prezzo originario in lire. Apro a caso.
Cosa significa?, chiese Pessoa
…
Veramente?, chiese con stupore Ricardo Reis.
Che dirà l’editor con la matita rossoblu che mai tollererebbe una virgola dopo il punto interrogativo e al suo posto esige la maiuscola?, che pretende le virgolette o i caporaletti all’inizio e alla chiusura di un dialogo? Così si scrive, signor lettore, queste sono le regole, io a quelle devo attenermi, devo emendare le virgole dopo il punto interrogativo, devo distinguere i dialoghi dal discorso indiretto. Ma quale dialogo, signor editor, qui non c’è dialogo, questo benché abbia la forma del dialogo è un prodotto del pensiero, un dialogo che non ha mai avuto luogo e che non si può distinguere graficamente dal resto del flusso di coscienza. È l’evoluzione dello “stream of consciousness”, sissignore, eccole le virgolette, le ho usate, forse qui era più appropriato usare il corsivo, dice?, sarà ma nella narrativa a me disturba il corsivo, non è mica un saggio questo. E d’altronde lei non ha obiettato proprio niente, è tutto accaduto nel mio pensiero, esattamente come non è mai avvenuto nessun dialogo fisicamente udibile fra Fernando Pessoa e Ricardo Reis, e non c’è nessun editor qui in libreria, ci siamo solo io, il libraio impegnato a scaricare gli arrivi e una giovane mamma con la figlia nel settore dei libri per l’infanzia. Che ci vuole fare, signor editor immaginario, la scrittura è cambiata perché è cambiato il modo di pensare, di raccontare, e così il modo di esprimersi, non si può pensare di usare il pentagramma in modo rigido ora che ci sono i quarti di tono, mi permetta questa analogia con la musica, e anche frequenze intermedie che non sono neppure quarti di tono, ricche di suoni armonici, quelle sonorità espressive… Poco ortodosse ma più espressive. E non è neppure un capriccio della moda di oggi, si scrive così dal secolo scorso.
Niente bustina signor libraio, grazie, ci sta nella tasca. Pago e saluto. … CLICCA SU COMMENTS PER LEGGERE IL SEGUITO (sotto la foto della statua di Pessoa)…


