Ho tradotto l’estratto dal libro “The Pornography of Power: How Defense Hawks Hijacked 9/11 and Weakened America” [La pornografia del potere: come i falchi della Difesa hanno dirottato l'11/9 e indebolito l'America"], edito da Twelve, del giornalista e scrittore statunitense Robert Scheer, pubblicato sul settimanale The Nation.

leggi qui l’originale

Impero o Repubblica?
La guerra non paga, né paga l’ambizione imperialista. Questa affermazione dovrebbe essere evidente a chiunque abbia fatto caso al prezzo del petrolio, quintuplicato da quando George W. Bush si è insediato alla Casa Bianca. Il principio del non intervento non è né progressista né conservatore e agli albori della Repubblica era accettato come un principio di buon senso comune.
Il presupposto dominante dei padri fondatori della nostra nazione era di evitare “pantani stranieri”, per usare le parole di ammonimento di Thomas Jefferson. Infatti la politica del non intervento fu considerata dai fondatori come tratto distintivo di fondo fra le politiche del Vecchio e del Nuovo Mondo. Quando nel suo discorso di commiato George Washington spiegò perché, come primo nostro presidente, seguì “la nostra vera politica di stare alla larga da alleanze permanenti con qualunque area del mondo straniero”, Washington raccomandava al cittadino statunitense di “moderare la furia dello spirito partigiano, mettersi in guardia dai pericoli degli intrighi stranieri, guardarsi dagli inganni del falso patriottismo”.
Che cosa è successo al popolo americano da far sì che questi sentimenti semplici ma profondi sembrino oggi così estranei alla lingua dei nostri politici ed alle orecchie dei loro elettori? Chi, fra i nostri leader Democratici o Repubblicani oserebbe mettere in guardia dagli “inganni del falso patriottismo”?
Come ammonì Washington è estremamente difficile smascherare il “falso patriottismo” quando la nazione è terrorizzata da nemici reali o immaginari. Ma Washington non poteva prevedere un tipo di società mass-mediatica nella quale la propaganda governativa diventa persuasiva e le verità scomode vengono nascoste dietro il manto della sicurezza nazionale. Certamente non prevedeva lo stato moderno militarizzato nel quale i presupposti della guerra permanente sono stati la norma fin dall’inizio della guerra fredda.
Per queste ragioni, le preoccupazioni di Washington necessitano degli aggiornamenti di un nostro altro grande generale divenuto Presidente, Dwight David Eisenhower. Il discorso di addio di Eisenhower fornisce un perfetto corollario a quello di Washington, poiché segna il riconoscimento da parte di un moderno presidente dei timori paventati dal primo nostro presidente. L’Impero ha soppiantato la Repubblica. Il “complesso industriale militare” da cui Eisenhower metteva in guardia, non era altro che la logica conseguenza della ferrea politica di intervento americano negli affari delle nazioni in ogni continente e la dislocazione imperiale di basi militari su tutto il pianeta. Ciò che allarmava Eisenhower era soprattutto che il sistema che si era sviluppato per contrastare il comunismo (qualcosa che lui vedeva come una reale minaccia) era auto-rigenerativo e disgiunto dai compiti difensivi imminenti. E predisse esattamente che cosa sarebbe successo. Nonostante il collasso dell’Unione Sovietica, e con esso la ragione della guerra fredda, il complesso militare-industriale presto ha trovato un altro nemico: il terrorismo.
La discrepanza fra l’arsenale del nemico terrorista e quello dispiegatogli contro negli anni dopo l’11 settembre riafferma i timori di Eisenhower sull’influenza – fuori dal diritto e senza garanzie – del “complesso militare-industriale”. Ci si potrebbe chiedere con che faccia lobbisti e politici, come il Senatore Joe Lieberman, caldeggino l’esigenza di sottomarini per $2,5 miliardi per combattere terroristi cui manca persino un canotto. Non dubito che i lobbisti continueranno a perorare la loro causa e che il denaro speso per questo scopo si assicurerà l’appoggio di politici e soloni, ma il gioco si sta assottigliando.
Così pure i tentativi di fabbricare ad arte crisi con “stati canaglia” e di esagerare la coesione e la forza dei nemici “terroristi”.
Il bilancio militare degli Stati Uniti è più o meno pari a quello di tutte le altre nazioni messe insieme, ed è inconcepibile che nei prossimi vent’anni possa emergere un qualsiasi Stato ostile in grado di confrontarsi con gli Stati Uniti in una zona di guerra, anche se non dovessero aggiungersi nuove armi all’arsenale degli USA. Infatti, i nostri principali rivali, la Cina e la Russia, si stanno muovendo più profondamente sul piano dei mercati commerciali, piuttosto che nel teatro dei giochi di guerra.

I benefici di una riduzione sostanziale della spesa militare sarebbero sorprendenti, libererebbero fondi pubblici per altri scopi, tra cui programmi nella sanità e nell’istruzione che renderebbero la nazione più forte. Nessuno dei due partiti vuole aumentare le tasse e, di conseguenza, i programmi nuovi e quelli già esistenti devono competere fra loro per accaparrarsi un determinato quantitativo di denari provenienti da imposte. I fondi di Governo sono ulteriormente limitati poiché le spese obbligatorie, come Social Security e Medicare (1), non verranno tagliate, per paura di risentimento degli elettori. Per queste ragioni l’intera gamma di programmi non obbligatori, dai sussidi agricoli a quelli per la assicurazione sanitaria dei bambini alla ricerca medica, sono in concorrenza con il bilancio militare.
Quindi, una volta che i programmi obbligatori vengono finanziati, le spese militari consumano circa sei dollari su dieci. Di conseguenza, gli aumenti della spesa nazionale devono essere finanziati da tagli alla spesa militare. Che è il più onesto modo di giudicare l’opportunità della spesa militare, ad esempio: due sottomarini non necessari contro l’assicurazione sanitaria per 4 milioni di bambini.

Vi è, tuttavia, un costo ancora maggior per mantenere un enorme apparato militare permanente: la vitalità della nostra democrazia. Come abbiamo visto nel periodo precedente la guerra in Iraq, i fearmongers(2) alla ricerca di un’espansione dell’apparato militare non fanno a meno di utilizzare il loro enorme potere lobbistico per influenzare il dibattito. Il pubblico non sosterrà i militari a meno che non senta la loro attività come indispensabile davanti a una minaccia reale, per cui i militari, i loro fornitori ed altri alleati devono esagerare tale minaccia. Il rischio di “totale influenza:  economica, politica ed anche spirituale” del complesso militare-industriale, da cui mise in guardia Eisenhower è così grande da “sentirsi in ogni città, in ogni palazzo dello Stato, in ogni ufficio del governo federale”. Si tratta di un apparato radicato e ben finanziato, che promuove l’opzione militare a scapito di quella diplomatica, che esagera la forza del nemico piuttosto che valutarla realisticamente e che trova disperatamente nuove guerre da combattere.

Ciò che sta succedendo oggi nel nostro nome è irrazionale, costoso e pericoloso, ma ci sono potenti e corazzati interessi che desiderano mantenere questo stato di cose. Tali interessi restano così forti che né Barack Obama né John McCain hanno auspicato un taglio al budget militare, che è il più ingente mai registrato dalla Seconda Guerra Mondiale ad oggi. Ma senza tali tagli tutte le promesse della campagna presidenziale sui finanziamenti dei programmi nazionali, dall’istruzione alla sanità, sono un’evidente frode.

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(1) Social Security e Medicare: programmi di assistenza e welfare
(2) fearmonger (o scaremonger): individuo o apparato che incute nella popolazione uno stato di paura o minaccia per promuovere una determinata agenda politica altrimenti poco accettabile.

Robert Scheer, corsivista del periodico The Nation, è editorialista di Truthdig.com ed autore di “The Pornography of Power: How Defense Hawks Hijacked 9/11 and Weakened America” (Twelve) e “Playing President” (Akashic Books). È autore, con Christopher Scheer e Lakshmi Chaudhry, di “The Five Biggest Lies Bush Told Us About Iraq” (Akashic Books and Seven Stories Press.). Il suo editoriale settimanale, diffuso da Creators Syndicate, appare sul quotidiano San Francisco Chronicle.

Arrivare a soddisfare il 69% del fabbisogno elettrico degli Stai Uniti con l’energia solare entro il 2050. Tre esperti americani spiegano come è possibile in un servizio apparso su Le Scienze.

Lo riporta il sito qualenergia da cui ricopio

Coprire entro il 2050 il 90% del fabbisogno energetico degli Stati Uniti con le rinnovabili. Fantascienza? Tre esperti americani, Ken Zweibel, James Mason e Vasilis Fthenakis, pensano di no e illustrano il loro piano per un’America in cui al 2050 il solare copra il 69% dell’elettricità e il 35% della sua energia totale (inclusi i trasporti, quindi).
Come? Realizzando megaimpianti fotovoltaici, sia con moduli convenzionali che a concentrazione, per una superficie occupata pari a 120.000 chilometri quadrati nei territori desertici del sud-ovest del paese, costruendo una nuova infrastruttura di trasmissione ad alta tensione in corrente continua e mettendo in atto sistemi di immagazzinamento dell’energia come quello di comprimere l’aria in cavità sotterranee.
Un piano che farebbe diminuire le emissioni di anidride carbonica degli Stati Uniti del 62% rispetto al 2005, e che richiederebbe 420 miliardi di dollari di investimenti. Soldi che comunque secondo i tre esperti verrebbero ripagati da un futuro energetico con costi ambientali ma anche politico-militari convenienti per gli Stati Uniti. I particolari dello studio in un servizio che alleghiamo, apparso in Italia su Le Scienze e che contiene anche un intervento di Gianni Silvestrini sul futuro energetico dell’Europa.
23 maggio 2008

Posto un bell’articolo di Andrea Mameli, fisico e giornalista scientifico dell’Unione Sarda, che ne capisce assai più di me in materia, postato su tuttigiùperterra. Ma anche lui formula domande più che dare risposte…

Nucleare? Parliamone!
Giugno 11, 2008, 12:32 pm
Premetto che non sono contrario al nucleare per principio. Ma dato che sono portato a fare sempre i conti con i numeri, evitando atteggiamenti talebani, intendo rilevare alcune incongruenze. Intanto non mi sembra corretto confrontare il nucleare alle rinnovabili senza tenere conto dei costi per l’approvigionamento della materia prima. Con le fonti fossili (uranio, carbone, gas e derivati del petrolio) la produzione del carburante si separa dal suo utilizzo, per questa ragione spesso si dimentica di calcolare i costi relativi all’estrazione e al trasporto, cui nel caso in questione si devono aggiungere i costi relativi alle misure di sicurezza per il trasporto stesso, senza parlare di quelli attinenti le operazioni di trasformazione per produrre l’ossido di uranio. Parlando di prezzi, poi, non dimentichiamo che, dal 1998 a oggi, il prezzo dell’ uranio è passato da 10 a 140 dollari per libbra (Fonte: Uranium Historical Price Graphs).

Scrive bene Sergio Zabot (I costi ambientali dell’atomo, 4 febbraio 2008, blog qualenergia.it):”se un gran numero di centrali fosse costruito per soddisfare la crescente domanda di elettricità, le riserve conosciute di minerale con alte concentrazioni di uranio (High-grade ores, con contenuto di uranio maggiore dello 0,1%) si esaurirebbero rapidamente, lasciando enormi riserve di minerale a bassa concentrazione (Low-grade ores con meno dello 0,1% di uranio), per la maggior parte delle quali occorrerebbe più energia per utilizzarle di quanto se ne ricaverebbe dai reattori.”

Poi sento dire che in Italia le centrali nucleari servirebbero a sostituire il petrolio come fonte di energia elettica. Strano: nel nostro Paese la quota di energia elettrica prodotta bruciando derivati dal petrolio (valori provvisori 2007, Fonte: TERNA) è sotto il 7%. Perché impegnarsi nella costruzione di centrali costose, problematiche dal punto di vista sociale, e impegnative per quel che concerne la sicurezza e lo smaltimento delle scorie, solo per il 7%? C’è qualcosa che non quadra.

E le emissioni di CO2? Scrive ancora Zabot: “In realtà, contabilizzando correttamente tutta la CO2 emessa nei vari processi di lavorazione, una centrale nucleare alimentata da minerale “High-grade” emette tra un quarto e un terzo della CO2 prodotta da un ciclo combinato a gas. Ma questa fortuna dura solo fino a quando durano i minerali ricchi di uranio. Poi il ricorso a minerali meno ricchi di uranio porterebbero all’emissione di quantità di CO2 maggiori di quella degli impianti a gas.”

Vogliamo parlare dei costi? Allora facciamo seriamente, tenendo conto di tutti i fattori. A proposito, il Ministro dell’Ambiente, Stefania Prestigiacomo, il 5 giugno ha dichiarato all’ADNKronos: “pensiamo anche che si debba investire nelle rinnovabili, ma sappiamo che con i sistemi che si adottano oggi facendo il massimo dello sforzo riusciremmo a coprire a stento il 10% del fabbisogno nazionale.”

Ora, capisco che si possano fare dichiarazioni a caldo (il Ministro parlava subito dopo l’allarme per l’incidente alla centrale nucleare di Krsko, in Slovenia) ma i numeri sono numeri. Intanto le rinnovabili, oggi, producono il 16% dell’energia elettrica (valori provvisori 2007, Fonte: TERNA). In secondo luogo, vorrei proprio capire cosa intende il Ministro quando afferma “facendo il massimo dello sforzo”. Ho motivo di credere che lo sforzo non sarà massimo, dato che una parte (comprese le minori entrate derivanti dagli incentivi di cui ha parlato il ministro Scajola: «Ci saranno grandi benefici per i cittadini che avranno il disturbo psicologico di ospitare un impianto nucleare: dovranno pagare molto meno e avere bollette più leggere») dovrà necessariamente essere assorbita dal proclamato ritorno al nucleare. Sono convinto che con il massimo dello sforzo, ma davvero il massimo, si arriverebbe a percentuali molto ma molto più alte. “Una massiccia conversione degli impianti a carbone, petrolio, gas naturale e nucleare in impianti a energia solare potrebbe fornire il 69 per cento dell’elettricità e il 35 per cento dell’energia degliStati Uniti entro il 2050.” Il grande piano solare, Le Scienze, marzo 2008.

Che lo sforzo sia con voi!

Andrea Mameli, Cagliari, 11 giugno 2008

 

Giovedì 12/06/08 ore 20:30 al Cinema Farnese di Roma, anteprima con regista e attori del film Tutto torna di Enrico Pitzianti, che fra il ’95 e il ’96 fu il mio flatmate newyorkese, lì a NYC scrivemmo a 4 mani il soggetto da cui fu tratta la sceneggiatura, ed ecco finalmente il FILM!! Già passato il mese scorso nelle sale della Sardegna, con grande fortuna al botteghino, ora in programmazione nazionale. 

Dal 13 giugno in sala a Roma, Milano, Firenze, Torino, vedi programma presentazioni