Mai morti!

diario dei pensieri sparsi — paolo @ 4:13 pm

I fascisti, come titolava uno spettacolo teatrale di Bebo Storti, non sono mai scomparsi: “Mai morti”. A tutte le latitudini. Ad esempio in Argentina. A trent’anni dall’ultima dittatura militare si continuano a processare gli aguzzini dell’epoca. Molti di loro difendono il loro operato. Un’operato di brutale macelleria.

Scrive oggi il quotidiano argentino El Clarín:

“I guerriglieri degli anni ‘70 oggi sono al potere” ha detto il repressore Menéndez. Nella sua deposizione davanti al tribunale che lo giudica, ha difeso la repressione illegale durante la dittatura. “Siamo il primo paese al mondo che giudica i suoi vittoriosi soldati” ha affermato. Familiari delle vittime hanno seguito la sua testimonianza, molti di loro in lacrime. E’ accusato si aver comemsso crimini di lesa umanità a La Perla (provincia di Córdoba, ndr) e sarà condannato all’ergastolo.

Per sapere chi era Menéndez, un altro articolo dal Clarín, autrice Marta Platía:

Marta Platía - Córdoba 24.07.08. Oggi è un giorno storico per questa provincia. Per la prima volta e dopo una attesa durata 31 anni, un tribunale emetterà la sentenza contro il generale Luciano Benjamín Menéndez e altri sette repressori accusati di crimini contro l’umanità durante la ultima dittatura militare a La Perla: il maggiore campo di concentramento di Córdoba nel quale passarono circa 2.300 persone e ne sopravvissero solo 17. Menéndez era il cervello della repressione illegale di questa provincia e membro dell’ala dura della dittatura.

Berlusconi suona, l’Italia brucia (da: the Economist)

diario dei pensieri sparsi — paolo @ 5:38 pm

Berlusconi suona, l’Italia brucia
Questo governo di Silvio Berlusconi si dimostra tristemente simile al precedente.
dal blog anonimo italiano, traduzione (appena editata da me) di: Berlusconi fiddles, Italy burns | Economist.com

illustrazione: Peter Schrank

Stavolta sarebbe dovuta andare diversamente. Silvio Berlusconi trasudava sobria responsabilità durante il suo tentativo di essere rieletto in Aprile alla carica di primo ministro. Senza sorpresa, dicono i suoi paladini. Il governo da lui guidato dal 2001 al 2006 è stato un carosello di occasioni mancate per modernizzare l’Italia ed ha lasciato il segno nella storia di cui lui ora si rammarica. C’erano altre ragioni per le quali sperare che avrebbe governato nell’interesse del paese, piuttosto che nel proprio. Si sapeva che aspirasse alla carica di Presidente della Repubblica e perciò che avrebbe dovuto acquisire un aura da statista. Una ragione del fallimento del suo primo mandato è stata la resistenza alle riforme liberali da parte dell’UDC, che non fa più parte della coalizione. E sembrava avesse risolto le sue personali difficoltà con una serie di leggi ad personam che gli avevano messo al sicuro la sua posizione di fronte alla legge e protetto il suo impero finanziario.
Tuttavia, dieci settimane dopo il giuramento del nuovo governo Berlusconi, l’agenda politica è dominata più che mai dai suoi affari personali e aziendali. Nella sua breve vita, il governo ha proposto almeno quattro provvedimenti ad personam.
Uno è stato pensato per eludere la Corte Europea di Giustizia in merito a una sentenza che stabiliva che Rete 4, uno dei tre canali televisivi della rete Mediaset di Berlusconi, stava occupando frequenze televisive che dovevano essere assegnate a un altro operatore. Il governo ha proposto un decreto per evitare che Rete 4 venga spostata sul satellite, ma l’opposizione che scatenò è stata così violenta da costringerlo a ritirare il testo per “riformularlo”.
Un secondo decreto mirava a restringere le intercettazioni telefoniche durante le indagini giudiziarie, e anche la pubblicazione delle trascrizioni. Ci sono argomenti per questo cambiamento: uno studio compiuto nel 2005 dall’Istituto Max Planck ha rivelato che le intercettazioni erano più comuni in Italia che in qualsiasi altro paese dell’Unione Europea. Poiché le trascrizioni spesso sono state fatte filtrare ai media, anche prima che le accuse fossero state depositate, persone innocenti possono trovare le loro più private considerazioni spiattellate sui giornali.
Ma ogni volta che Berlusconi propone una riforma giudiziaria, comprensibilmente si sospetta l’esistenza di motivi personali (ha recentemente definito il sistema giudiziario un “cancro”). Prima di tornare alla Presidenza del Consiglio, venne intercettato su ordine della Procura di Napoli mentre esercitava pressioni su di un dirigente del servizio televisivo pubblico, la RAI, a beneficio di alcune attrici. Dal momento che Berlusconi si impegnò a supportare il dirigente in una sua iniziativa imprenditoriale privata, entrambi si resero passibili di accuse di corruzione. Ora, infatti, un giudice sta valutando se metterli in stato di accusa.
Mentre si stava portando avanti il decreto, iniziarono a spargersi voci in merito a registrazioni più compromettenti che si diceva contenessero esplicite conversazioni di natura sessuale tra il primo ministro e la sua Ministra delle Pari Opportunità trentaduenne, Mara Carfagna, una modella che posava in topless e che faceva la presentatrice presso Mediaset. Dopo che venne riportato che i Pubblici Ministeri avrebbero distrutto il materiale irrilevante per la loro indagine, l’esecutivo fermò il decreto, destando i sospetti che ci fosse dietro la presunta telefonata con la Carfagna. La Carfagna ha dichiarato che querelerà ogni insinuazione fatte su di lei.
I critici dicono che i problemi legali di Berlusconi sono centrali anche ad altre due misure. La prima è stata redatta dal consiglio legale che lo sta difendendo in tribunale dall’accusa di un tangente da 600.000$ a un avvocato inglese. Infilata incoerentemente in un pacchetto di provvedimenti “legge-e-ordine”, questa legge avrebbe congelato per 12 mesi una serie di processi, compreso quello di Berlusconi. A quel punto un secondo disegno di legge stava per avere effetto, garantendo immunità processuale alle prime quattro cariche dello stato, Primo Ministro incluso. La protesta contro la prima misura fu tale che venne abrogata per emendamento, ma solo dopo che divenne chiaro che la seconda sarebbe stata fatta proseguire in autunno, quando il processo per corruzione di Berlusconi sarà prossimo alla fine. Il pacchetto sicurezza, approvato dalla Camera dei Deputati il 15 Luglio, ora contiene una norma che l’opposizione definisce una quinta misura ad personam, riconoscendo agli imputati la facoltà di patteggiare durante il procedimento.
La fissazione del Governo (e del Parlamento) per le corti e le riforme giudiziarie sarebbe meno allarmante se non fosse rimasto molto da fare di importante e urgente. Dopo un illusorio aumento nel primo quadrimestre, l’economia è di nuovo per lo più stagnante. Gli analisti della Banca d’Italia dipingono un quadro desolante di consumi deboli e inflazione in aumento. Hanno anche agitato lo spettro dei problemi del credito in un paese al quale, fino a ora, era stato risparmiato il peggio della restrizione globale. Hanno fatto notare che il 70% dei mutui italiani hanno un tasso variabile, più alto della media europea - e questo è un paese dove le disponibilità reali si stanno restringendo.
La banca centrale prevede, per quest’anno e per il prossimo, una crescita irrisoria dello 0,4% del PIL. Le stime per il 2008 sono in linea con quelle del governo (tra lo zero e lo 0,5%), ma più ottimistiche di quelle di aprile del Fondo Monetario Internazionale, che ammontano allo 0,3%. L’economia italiana è ancora una volta il fanalino di coda nell’eurozona. Forse la notizia peggiore è arrivata il 10 luglio, quando la produzione industriale è risultata essere crollata in maggio, meno 4,1% rispetto all’anno precedente. Emma Marcegaglia, leader della associazione degli imprenditori, Confindustria, si è detta “davvero preoccupata”. Ha ragione. Il motore della buona barca Italia sta perdendo colpi; il vento la sta dirigendo verso gli scogli e il capitano è occupato in altre faccende.
Fino ad ora l’unica iniziativa di governo in campo economico è stata l’abolizione dell’impopolare tributo sulla casa e la riduzione delle tasse sugli straordinari. Non c’è nemmeno l’ombra di un qualsiasi dibattito sulle misure di liberalizzazione di cui la malridotta economia italiana avrebbe estremo bisogno. Al contrario, il governo sembra incline a pompare ancora più soldi dei contribuenti nella compagnia di bandiera italiana in fallimento, Alitalia, e ora sta discutendo una modifica della legge che permetta di farlo. Pensando al prossimo autunno, Berlusconi ha almeno annunciato una “riforma radicale”: ma solo per i tribunali.

La leggenda di Robin Hood

diario dei pensieri sparsi — paolo @ 8:56 am

Il Sole24Ore ~ 3 luglio 2008
Ici, il taglio costerà allo Stato un miliardo in più del previsto
Il rimborso che lo Stato dovrà corrispondere ai Comuni per la totale abolizione dell’Ici, compreso il taglio effettuato dal Governo Prodi, è compreso tra 3,5 e 3,7 miliardi, circa un miliardo in più rispetto alle stime del Governo (2,6 mld). Lo stimano i tecnici del Servizio Bilancio del Senato in base all’analisi dei dati 2006 dei certificati di conto di bilancio che i Comuni hanno inviato al ministero dell’Interno e che coprono il 96% della platea.

Un articolo di Tito Boeri dello scorso 21 giugno:

La leggenda della Robin tax
di TITO BOERI
La leggenda di Robin Hood risale a più di 700 anni fa. Quella della Robin tax, una tassa sui petrolieri che toglie ai ricchi per dare ai poveri, ha una storia trentennale, il tempo che ci separa dal secondo shock petrolifero.
Con il prezzo del petrolio non lontano, in termini reali, dai livelli attuali, fu Jimmy Carter a recitare le parti dell’arciere della foresta di Sherwood. Non si sa se Robin Hood sia mai esistito. Si sa, invece, con certezza che la Robin Hood tax non si è mai materializzata. Se ne è parlato in molte campagne elettorali (compresa quella in corso negli Stati Uniti) perché la proposta è molto accattivante, ma quando si è trattato di fare sul serio, la Robin tax è rimasta solo un sogno nel cassetto, una leggenda. La verità è che si teme che la tassa finirebbe per trasferirsi sui consumatori sotto forma di prezzi più alti, facendo pagare il conto a milioni di famiglie, anziché alle compagnie petrolifere. Il fatto è che la domanda di carburante è poco reattiva a variazioni del prezzo. Ci vuole del tempo per cambiare abitudini, rinunciare ad andare al lavoro in macchina, dotarsi di fonti di riscaldamento alternative, investire in tecnologie che riducano la nostra dipendenza dal petrolio. Quindi le compagnie petrolifere e i distributori possono tranquillamente aumentare i prezzi per compensare il maggiore prelievo senza temere forti contraccolpi sulle quantità vendute.
Anche la Robin tax annunciata da Giulio Tremonti rimarrà una leggenda. Ci sarà un incremento delle royalties sull’estrazione che ha luogo nel nostro paese. Dovrebbe portare alle casse dello Stato non più di 150 milioni, meno di un decimo di quello che l’erario ha ottenuto dai rincari della benzina in termini di gettito aggiuntivo dell’Iva sui carburanti. Poi ci sarà un macchinoso prelievo sulla rivalutazione delle scorte di magazzino. Nessuno sa quale sarà il gettito di queste nuove norme contabili, ma si parla di poche decine di milioni dato che molte riserve sono strategiche e altre non sono fisicamente sul nostro territorio.
Il piatto forte con cui Tremonti vuole mostrare di fare sul serio è rappresentato dall’innalzamento dell’aliquota Ires (dal 27 al 33 per cento) sull’intera filiera petrolifera (dalla produzione alla distribuzione) e sulla stessa generazione e commercializzazione di energia elettrica. Questa tassa, colpendo soprattutto la distribuzione, finirà per gravare sulle famiglie in termini di prezzi più alti del carburante e dell’energia elettrica. Tremonti è ben consapevole di questo rischio, tant’è che un articolo del decreto varato mercoledì dal Consiglio dei ministri “in soli 9 minuti” (si vede perché non c’è ancora un testo finale!) impone il “divieto di traslare le maggiorazioni d’imposta sui consumatori”. È un divieto di carta, niente di più che moral suasion, perché ampi settori del mercato energetico non sono regolamentati e non possono essere soggetti a prezzi amministrati in virtù di direttive comunitarie. Anche nei comparti dove il prezzo è regolamentato, questo trasferisce sui consumatori ogni maggiorazione dei costi.
Poco meno di metà del raccolto con queste tasse straordinarie verrà destinato agli anziani sottoforma di carte prepagate per cibo e bollette, anziché trasferimenti in denaro (perché?). Non si sa nulla sui criteri di scelta dei beneficiari, anche questo un segno dell’improvvisazione con cui sono stati varati i provvedimenti dal Consiglio dei ministri. Né si capisce perché debbano esserci requisiti anagrafici, proprio mentre l’Istat segnala un forte incremento della disoccupazione giovanile. La verità è che si vuole contenere l’esborso dato che la maggioranza del gettito verrà destinata ad altri fini.
In sostanza si profila un trasferimento principalmente dai consumatori di energia allo Stato e ai beneficiari di queste carte prepagate, di cui speriamo di conoscere prima o poi l’identità (strano che il Consiglio dei ministri non abbia voluto mettere paletti a riguardo).
I titoli che hanno subito maggiori contraccolpi dopo il Consiglio dei ministri di mercoledì sono quelli della distribuzione petrolifera, mentre l’Eni ha avuto un andamento più altalenante, soprattutto a causa del downgrading del proprio debito. Non stupisce che l’arciere di via XX Settembre non abbia tirato fuori dalla sua faretra neanche una freccia per colpire davvero i profitti dei produttori di petrolio operanti nel nostro paese. Il fatto è che il Tesoro è il maggiore azionista dell’Eni. Del resto, se il Governo voleva fare sul serio, se intendeva davvero destinare i ricavi derivanti dall’aumento del petrolio ai più poveri, poteva utilizzare quei quasi due miliardi che incassa dall’Eni sotto forma di dividendi. Non c’era bisogno di introdurre alcuna nuova tassa straordinaria.
Si è voluto, invece, ricorrere, una volta di più, a tasse straordinarie, che sono brutte, anzi bruttissime. Offrono infatti a tutti l’idea di un fisco arbitrario, di regole che possono essere cambiate a volontà dal politico di turno. Chi stabilisce quali sono i profitti da tartassare? Quando e come verranno colpite le altre rendite? Forse il vero significato di questa nuova leggenda poliuretana è proprio questo: si cerca di massimizzare il libero arbitrio del ministro dell’Economia. Anziché i panni di Robin Hood, sembra oggi vestire quelli dello sceriffo di Nottingham, titolare del potere costituito che non rispetta la parola data. Per lui non si potrà neanche dire che ha fatto promesse in campagna elettorale, quando si sa che tutte le lingue sono biforcute. La Robin tax è nata ad urne chiuse. L’unico risultato che ha raggiunto è mettere il cuore in pace al Governo per quanto riguarda le misure di aiuto ai poveri. Difficile che se ne parlerà per il resto della legislatura nonostante i riverberi dell’inflazione, che penalizzano soprattutto le famiglie più povere, di qualsiasi età.
A Castle Green, nel Berkshire, c’è una statua di Robin Hood. Tutti gli anni ignoti rubano la freccia e l’amministrazione comunale deve rimpiazzarla. A Palazzo Chigi, in quello che oggi è il Berluskshire, i soliti noti hanno in questi giorni sottratto la freccia di Robin Hood. Per favore ridatecela.
(21 giugno 2008)

Potrebbe accadere di nuovo

diario dei pensieri sparsi — paolo @ 4:39 pm

Ricopio da AFRICA di Riccardo Barlaam, blog del Sole24ore:

  

Mandela da oggi non è più nella lista dei terroristi Usa
02/07/08
Gli Stati Uniti hanno ufficialmente tolto oggi il nome di Nelson Mandela dalla lista dei terroristi, un provvedimento in ritardo di molti anni ma giunto almeno in tempo per il novantesimo compleanno dell’ex presidente sudafricano, che sarà celebrato il 18 luglio prossimo. Con la firma del presidente George W. Bush sulla legge varata dal Congresso, ora Mandela potrà entrare nel Paese senza bisogno di una dichiarazione speciale del segretario di Stato che certifichi che non è un terrorista. Il leader sudafricano, che ha ricevuto il premio Nobel per la pace nel 1993, era stato inserito nella “black list” durante gli anni della Guerra Fredda per la sua appartenenza all’African National Congress (Anc), considerata un’organizzazione comunista per la sua lotta contro l’apartheid. L’Anc è il partito di governo in Sudafrica dal 1994, anno in cui Mandela fu eletto presidente dopo aver trascorso 27 anni in carcere.

Anziché un prevedibile “Al Novantesimo” o un inutile “Meglio tardi che mai”, che è l’aspetto meno significativo della vicenda, ho intitolato il post: “Potrebbe accadere di nuovo” che meglio esprime la portata della notizia. Altrimenti la Storia non ci insegna nulla. Potrebbe accadere, magari sta accadendo ora, in questo momento, che un personaggio che oggi la propaganda mette nella lista nera come esponente di uno stato canaglia, terrorista (aggiungeteci gli epiteti che volete), fra 30 anni potrebbe essere un mito, un Nobel per la pace. Quindi sempre meglio documentarsi sul profilo di un individuo, capire il contesto in cui opera, depurarne i contorni dagli aggettivi (turbolento, pittoresco, sinistro, tracotante, ecc) e dalle petizioni di principio che spesso sui media accompagnano un certo nome. Capire da noi chi sono Evo Morales o Hugo Chávez o un leader ceceno di cui facciamo fatica a capire persino il nome, capirlo oggi, senza aspettare un verdetto fra trent’anni. 

Dallo stesso blog un’altra notizia che potrebbe scompigliare le nostre certezze e confonderci ancora di più su definizioni categoriche come il cosiddetto “mondo libero”, paesi avanzati, stati canaglia, terroristi, vittime…:

Il G-8 taglia 25 miliardi $ di aiuti per l’Africa
I leader degli otto Paesi più sviluppati del mondo, nel prossimo summit di Hokkaido, Giappone, potrebbero decidere di tagliare gli aiuti allo sviluppo decisi al summit g-8 di Gleaneagles. E’ scritto su una bozza del documento preparatorio del prossimo vertice G-8, finita tra le mani di un giornalista del Financial Times: sono rimasti gli impegni di massima e le frasi di rito roboanti infarcite di retorica sullo sviluppo dei Paesi africani ma non si fa più menzione dei 25 miliardi di dollari di impegni all’anno, fino al 2010, decisi a Gleaneagles. Parole, parole, parole.

L’autore, Riccardo Barlaam

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