chi è Paolo Maccioni?
Paolo Maccioni è nato a Cagliari in un giorno importante (1° Maggio) di un anno molto 1964. Collabora come pubblicista ad alcune testate. Sui quotidiani del gruppo EPolis ha tenuto per alcuni anni la rubrica settimanale “Pista prioritaria”: l’attualità raccontata attraverso i giochi di parole e l’enigmistica, nonché fra i curatori della “Rassegna stampa estera”: traduzioni da articoli della stampa internazionale, privilegiando le notizie che avevano poca cittadinanza in Italia. Uno spazio, purtroppo, oggi soppresso dalle pagine di EPolis.
Con l’associazione culturale Su Bentu Estu ha co-prodotto due CD dei Tenores de Oniferi (”A s’òmine” 1994, “A s’andira” 1997) e promosso la tournée statunitense “Music of Sardinia” (Tenores de Oniferi e Giampaolo Ibba, maistu ‘e launeddas), gennaio 1996. Col regista nonché roomate newyorkese Enrico Pitzianti (autore dell’apprezzato docufilm “Piccola pesca”), ha scritto il soggetto per lungometraggio da cui è stata tratta la sceneggiatura “TUTTO TORNA“, girata dallo stesso regista, nei prossimi giorni in sala! Vedi calendario proiezioni… vedi il FILM!
Volumi pubblicati:
“Insonnie newyorkesi e altre simulazioni” (Il Maestrale, Nuoro 1998)
“L’ufficio del pietrisco” (Poliedro, Nuoro 2003)
“Doppio gioco” (Cuec, Cagliari 2004)
Inoltre il racconto “Indagine stagnante” nella raccolta collettiva “Nerocagliari” (Aìsara, Cagliari 2007)
Infine, con lo pseudonimo Gustavo Pratt, nel 2008 è uscito “Scrittori à la carte. La nouvelle cuisine della letteratura sarda”, illustrato da Giorgio Podda. 18 parodie/imitazioni di altrettanti autori isolani in forma di ricette. Vedi qui
N.B.: Non ho nessun rapporto, se non quello dell’omonimia, con un altro Paolo Maccioni autore pure lui di alcuni libri, vedi qui …Che ci si vuol fare! Ecco un punto debole dei motori di ricerca, tipo ibs: non distinguono fra gli omonimi!
RECENSIONI VARIE - RASSEGNA STAMPA
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L’UNIONE SARDA 13 luglio 2004
Arriva “Doppio Gioco”
Gli scritti raminghi con rebus di Paolo Maccioni
Scritti raminghi, rimasti a lungo nel cassetto e alfine liberati, quelli che Paolo Maccioni raccoglie in Doppio Gioco, pubblicato dalla Cuec (pp.162, euro 10) a cura di Paolo Lusci. Libro a specchio, che fa onore al suo titolo dividendosi tra una prima sezione semi seria e un successivo exploit di pasquinate linguistiche. Si parte col cyborg-racconto di Chryon, città fittizia fondata dagli hackers, e altri brani eredi di quelle insonnie newyorkesi che videro l’esordio di Paolo Maccioni scrittore. Alla metà esatta del libro, il posto di Paolo Maccioni viene preso dal suo alter ego Iacopo Calmino, personaggio amante dei giochi di parole e cultore degli esercizi enigmistici. Difficili, bisogna dirlo, degni di un Omero dei rebus.
Si parte con un classico come Sator Arepo Tenet Opera Rotas, una frase palindroma, ovvero - per ricordarlo ai distratti - leggibile da sinistra a destra e da destra a sinistra, come, esempio assai noto, il nome Anna. Il racconto inizia e finisce con gli stessi identici periodi e i due blocchi s’incontrano sulla spiegazione della frase Sator Arepo Tenet Opera Rotas, che non è solo un perfetto palindromo ma è il Quadrato Magico ritrovato a Pompei. Irrompono poi, abili e inarrestabili, gli anagrammi dei nomi. Con le lettere di Elisabetta Arca, Maccioni compone una poesia in inglese giocando (molto bene) con Let It Be dei Beatles. Non pago, verga molti altri versi a base di bar, te e ciabatte, con note in calce che ne spiegano l’ermetico significato. Il risultato finale è un poema di 100 righe, tutte spremute dalle 14 lettere di Elisabetta Arca, mentre il testo in prosa che ne deriva è una storia d’amore combattuta tra Bitti e Tebe. Novellina surreale e internazionale.
A seguire, i Tenores de Oniferi, composti e scomposti in righe dove gli austeri cantori diventano donne e forestieri nonché eteree si rifondon. Formato esportazione: I don’t see free iron. Per fabbri all’antica: O, odierne finestre/e non siete di ferro. Leopardiano: s’ode eterno finire. Nichilista: forse ore di niente. Ferragostano: ferie, destino nero. Ci sono poi gli anagrammi sul nome di Gianluca Floris, cantante lirico e scrittore, distillati in 168 versi goliardicamente incentrati sulla U. Per i profani della Sfinge ci sono i testi a pié di pagina che chiosano, espandono, spiegano. E ricordano le note ai canti danteschi nei testi del liceo. Anagrammar mi è dolce in questo mare, potrebbe dire Iacopo Calmino o, anche, chi di anagramma ferisce di anagramma perisce, visto che Paolo Maccioni si autodedica una lunga filastrocca, per poi darsi a triturare nomi e cognomi di noti scrittori. Vittime, tra gli altri, Flavio Soriga, Giulio Angioni, Antonio Romagnino, Luciano Marrocu, tutti amici (ex?) di Paolo Maccioni e anche di Iacopo Calmino. Amor di pseudonimo che vanta precedenti illustri come Italo Calvino (alias Tonio Cavilla) e Renato Fucini (Neri Tanfucio).
Alessandra Menesini
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L’UNIONE SARDA 14 giugno 2003
Il rifiuto della vendetta in un romanzo di Paolo Maccioni
Su cantu a tenore del nonno ammazzato
Alla ricerca della bobina scomparsa. Al centro della singolare indagine narrata da Paolo Maccioni in L’ufficio del pietrisco (Poliedro Narrativa, Nuoro, 157 pagine, 10 euro), una vecchia registrazione del coro Tenores di Nuoro.
Niente risulta negli archivi Rai, reticenti i possibili testimoni. Antonio Chessa vuole riascoltare la perduta e antica vocalità de su ballu tundu così come la intonava suo nonno, morto ammazzato quarant’anni prima. Chessa, studente fuorisede con appartamentino a Cagliari, vive in compagnia di suo fratello e cerca, con scarsa lena, di finire la sua tesi: “L’espropriazione della proprietà privata per le opere di pubblica utilità”. Argomento affascinante, che in verità non lo assorbe più di tanto. Però sa fare un buon caffè, e canta (nel ruolo di sa contra) con i Tenores Gòine. Per il resto birrette, locali e ragazze, solita vita da universitario. Ma c’è qualcosa d’oscuro nelle sue giornate altrimenti tranquille.
è lui il più grande dei nipoti di quel nonno ucciso e mai vendicato, pastore di Santu Predu al quale somiglia moltissimo. Anche nella voce. Pensa e ripensa il giovane Chessa a quel nastro introvabile, e più ci pensa più si convince che dietro la sparizione dell’incisione ci sia qualcosa di segreto e che lo riguarda personalmente. Gli torna ogni tanto in mente Eschilo, le colpe dei padri eccetera eccetera, eppure in famiglia non si parla mai di quel fatto di sangue. Forse iaiu è stato ucciso da un latitante orgolese. Si sussurra di un agguato nell’ovile, di un assassino scomparso nel nulla.
L’improvvisato e testardo detective viene a sapere che la preziosa bobina è stata a suo tempo in mano a don Pasquale Tolu, possidente nuorese amico di preti e di banditi. Sequestrata, fatta sparire, perché negli anni Cinquanta il canonico Mureddu mette al bando il canto a tenore, considerandolo belluino e figlio di Satana. Preferiva, il canonico, il canto degli alpini, la limpida polifonia di venti elementi senza la rozza impronta dei barbari barbaricini. E’ un amico che lavora a Saxa Rubra (vicino a Roma, dov’è la sede centrale della Radiotelevisione italiana) a mandare in onda la misteriosa registrazione e nei versi dei muttos si parla di Funtana Buddìa, il luogo del delitto. “In Funtana Buddìa b’at una mala jana fachende sentinella…”. Strofe inquietanti, che coincidono con le sue sensazioni. La soluzione, Antonio Chessa studente la trova in un libro di Gadda, in una frase che svela l’arcano nonché la metafora contenuta nel titolo del libro.
Intrecciata ai suoni di launeddas e mesu boche, la storia quasi gialla de L’ufficio del pietrisco ha per protagonista indiretta una nuova generazione di giovani che rifiutano infausti richiami a balentìa e vendetta.
Alla sua seconda fatica letteraria, Paolo Maccioni, cagliaritano, si occupa fra l’altro di musica sarda e collabora con l’associazione culturale “Su bentu estu” di Sinnai. Ha pubblicato qualche anno fa per l’editrice nuorese Il Maestrale Insonnie newyorkesi e altre simulazioni: libro d’esordio con atmosfere ovviamente metropolitane, assai lontane da questo curioso innesto di cultura agro urbana che mescola bettole e pub, lingua sarda e buon italiano.
Alessandra Menesini
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L’UNIONE SARDA 19 Novembre 2003
Proseguono gli incontri con gli scrittori di gialli organizzati dal Liceo Scientifico Pitagora di Isili e dalla Cattedra di Letteratura Sarda e Letterature Regionali della Università di Cagliari. Dopo il primo incontro di ottobre con Luciano Marrocu e Giorgio Todde, domani alle 17, nell’aula magna tesi della Facoltà di lettere (corpo centrale) si terrà un incontro con Giulio Angioni, Paolo Maccioni e Flavio Soriga; introducono e coordinano il dibattito Giovanna Cerina e Maurizio Masala. Il tema sarà “Il luogo del giallo: Sardegna tra realtà e immaginazione”.
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dal sito del Premio Deledda:
Premio Letterario Nazionale “Grazia Deledda” 2002
Sezione “Narrativa Giovani”
Vincitrice
Giulia Clarkson per l’opera “La città d’acqua”
Segnalati
Paolo Maccioni per l’opera “L’ufficio del pietrisco”
Maria Paola Medde per l’opera “La terapia del cielo e della canna”
Giuseppe Pili per l’opera “Il ventre della sposa bambina”
Commissione
Presidente Attilio Mastino,Maria Elvira Ciusa, Tonino Mameli, Anna Paola Tabasso, Eugenia Tognotti
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Tigellio.it
19 / 06 / 2003
‘L’ufficio del Pietrisco’ racconta una vicenda di sangue ambientata in una Sardegna d’altri tempi
QUARTU - Lunedì 23 Giugno 2003 alle 19.00 la Sala Michelangelo Pira in via Brigata Sassari, a Quartu Sant’Elena ospiterà la conferenza di presentazione del romanzo: “L’ufficio del pietrisco” di Paolo Maccioni, pubblicata dalle edizioni nuoresi Poliedro. Il libro ha ricevuto la segnalazione speciale per la sezione “Narrativa giovani” del Premio letterario nazionale Grazia Deledda 2002. Relatore sarà Elisabetta Randaccio, e sono previsti gli interventi di Antioco Floris Facoltà di Scienze della Formazione (Università di Cagliari) Alessandra Menesini (critico). Leggerà un brano l’attore Carlo Porru, Direttore Artistico dello “Spazio Fornaci” - Teatro di Quartu. Sarà presente l’autore. “Una bobina scomparsa misteriosamente, un antico fatto di sangue, una passione inconfessata, una Sardegna dove convivono retaggi arcaici e istanze moderne. Le ricerche si intrecciano fra teoremi, indizi, verità incomplete, dando luogo ad un ordito che diventa occasione di riflessione sul significato della memoria e dell’identità. La vicenda, romanzata, attinge alla ricerca che il gruppo Tenores Gòine ha condotto nella realtà per recuperare le forme peculiari del cantu a tenore nuorese.”
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L’Unione Sarda 18 novembre 2003
“Le parole sussurrate e urlate da un Café” Francesca Fradelloni
E’ un legame ormai indissolubile. Un sottile filo rosso che ricuce e riallaccia la nuova creatività artistica sarda. Un refrain che porta nei Café nelle piazze ma sempre lì va a parare: dentro un bicchiere di vino, tra le parole infinite del conversare, in coda alle note sussurrate e nella gran voglia di ascoltare storie. Sull’onda della felice iniziativa del Café Noir, un’altra manifestazione ha rimpolpato il rinnovato panorama letterario. Si è conclusa sabato scorso, con una grande partecipazione di pubblico, la tre giorni di letture gratuite nel grazioso e accogliente salottino del Café Barcellona nel quartiere Marina a Cagliari. Reading, informali, musicati, letti, cantati, recitati, urlati sono frutto dell’organizzazione dello scrittore e tenore Gianluca Floris. Un breve viaggio d’avventura, non quei pacchetti d’agenzia mordi e fuggi, ma un umano vagare e un’avvincente scoprire, pieno d’imprevisti che ha scovato inediti e editi di sette scrittori sardi e che ha toccato tutte le corde emozionali dell’animo umano. Sul palcoscenico improvvisato del piccolo locale di via Barcellona, ha esordito Cristiano Bandini che ha prestato le sue parole alle giovanissime ed emozionate voci di cinque attori alle prime armi. Si è riso con la comicità sfrenata di Nino Nonnis che con una carrellata di espressioni coloratissime dello slang cagliaritano, ha fatto riaffiorare atmosfere passate ormai sconosciute ai giovani figli dell’Isola. Si è pianto per la durezza, la bestialità raccontata dalla voce frantumata e dolente di Giulia Clarkson e con il giovane e bello Elias, alto e magro, dagli zigomi larghi e gli occhi profondi, protagonista del racconto di Flavio Soriga “Libera i cani”, accompagnato dalla chitarra di Giovanni Peresson. Tragedie che si snodano tra il male fisico di corpi dilaniati e mortificati dagli occhi gonfi, labbra spaccate, sanguinanti, ossa doloranti e che si insediano nelle menti e nei cuori spezzettati, frustati e denigrati della dignità ferita. Elias è sconfitto, abbruttito, come il vecchio, cuore pulsante del racconto di Francesco Abate “Le ceneri del nonno”, perso nella sua inutilità di chi ha alle spalle troppi anni e di chi ha visto la sepoltura di figli e nipoti. E’ la storia della sua triste rivincita, della rivalsa trovata nella morte gloriosa per una causa comune. Una fine grottesca esortata da una sporca pubblicità che persuade a riciclare l’uomo, fuori uso e improduttivo, attraverso i suoi resti polverizzati che contribuiranno a far tornale bianca e candida come un tempo la sabbia del Poetto.
E’ stato come vagare, a volte perdersi come nell’universo dell’astrofisica del signor Rinaldo, pseudo eroe del ricchissimo libro di Andrea Cannas “Vita and so on del signor Rinaldo psicopompo”. Strano personaggio che si aggira per le strade di questo mondo e, qualche volta, per i tortuosi sentieri dell’aldilà. Creatura bislacca, in bilico tra verità e finzione perduto tra le costellazioni. Ci si è imbattuti in due racconti tratti da “Insonnie newyorkesi e altre simulazioni” libro d’esordio con atmosfere ovviamente metropolitane del bravissimo Paolo Maccioni. E ci si è sorpresi con inaspettato, ma azzeccatissimo racconto “Blu” dell’esordiente Andrea Melis. Un’abbondanza che fa ben sperare nel futuro.
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Recensione
Paolo Maccioni - “Insonnie newyorkesi” - Il Maestrale (Nuoro, 1998) L. 20.000 Se l’arte è menzogna, cosa resta quando, svelato l’inganno, rischiano di crollare anche quei codici che ci dovrebbero permettere di continuare a credere nella solidità dei nostri interessi, nella concretezza di un agire che rifiuta il tempo del sogno, il richiamo ad un’idealità vuota e priva di interesse?
La risposta tenta di fornirla Paolo Maccioni con “Insonnie newyorkesi”, dove è costante il tentativo di allontanare la tentazione di erigere barriere artificiali, che possano impedirci di vedere un mondo che è anche volgarità, egoismo, scontro di volontà che vogliono innanzitutto se stesse.
E fin qui non si può dare torto ad una visione del mondo che è rifiuto della fuga, di ogni tentazione quietistica.
Quel che convince meno, invece, è l’incapacità di arrivare a disegnare un possibile oltre, che non sia la riproposizione di ciò che si è già consumato, di ciò che si è consegnato ad un passato immobile, sempre uguale a se stesso.
Intendiamo dire che se il reale rischia di diventare una prigione è possibile progettare piani di evasione che, mettendo a rischio i codici consolidati, le ipotesi da sempre contenute nel nostro orizzonte di attese, evitino di utilizzare sconsideratamente le armi dell’irrisione, del sarcasmo, nel tentativo di arrivare a mantenere quella giusta distanza dagli altri e dalle cose che è importante conquista interiore, consapevolezza che garantisce maggiore sicurezza, maggiore autocontrollo.
Questo ovviamente nell’interesse dell’uomo, che è apertura originaria, colloquio che non può fare a meno di mettere a rischio qualsiasi certezza, nell’evidenza di un agire che è soprattutto disponibilità all’ascolto, lontana per quanto è possibile da quanto ci mantiene legati ad un passato fatto di giudizi inevitabilmente provvisori, riferiti ad un sentire che può cessare di appartenerci.
Ma anche, inevitabilmente, nell’interesse dell’arte, della letteratura, che può smarrire le ragioni del proprio esistere, in uno sforzo continuo di autosuperamento che è falsa dialettica, scontro di forze inconsapevoli delle proprie e delle altrui ragioni. E questo, purtroppo, Paolo Maccioni sembra a tratti dimenticarlo, anche se è lodevole il tentativo di giocare con le armi della fantasia più sfrenata e surreale e dell’ironia contro i tanti, troppi giochi letterari ai quali siamo abituati, che rischiano di risultare incomprensibili, troppo chiusi ed autoreferenziali, perfino poco divertenti.
Marco Marinelli
existenz42@hotmail.com
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