chi è Paolo Maccioni? (vedi omonimia)
LEGGI PIU’ SOTTO L’OMONIMO CHE CREA QUALCHE CONFUSIONE…
foto sin: Paolo Beccari foto dx: Marcello Coiana
Paolo Maccioni è nato a Cagliari in un giorno importante (1° Maggio) di un anno molto 1964. Collabora come pubblicista ad alcune testate. Sui quotidiani del gruppo EPolis ha tenuto per alcuni anni la rubrica settimanale “Pista prioritaria”: l’attualità raccontata attraverso i giochi di parole e l’enigmistica, nonché fra i curatori della “Rassegna stampa estera”: traduzioni da articoli della stampa internazionale, privilegiando le notizie che avevano poca cittadinanza in Italia.
Con l’associazione culturale Su Bentu Estu ha co-prodotto due CD dei Tenores de Oniferi (“A s’òmine” 1994, “A s’andira” 1997) e promosso la tournée statunitense “Music of Sardinia” (Tenores de Oniferi e Giampaolo Ibba, maistu ‘e launeddas), gennaio 1996. Col regista nonché roomate newyorkese Enrico Pitzianti (autore dell’apprezzato docufilm “Piccola pesca”), ha scritto il soggetto per lungometraggio da cui è stata tratta la sceneggiatura “TUTTO TORNA“, girata dallo stesso regista.
Ha ideato e condotto la trasmissione radiofonica “Cono Sur” per l’emittente Radio Press. Musica, testimonianze e letture da Argentina, Cile e Uruguay (2009).
Volumi pubblicati:
“Insonnie newyorkesi e altre simulazioni” (Il Maestrale, Nuoro 1998)
“L’ufficio del pietrisco” (Poliedro, Nuoro 2003)
“Doppio gioco” (Cuec, Cagliari 2004)
“Buenos Aires troppo tardi” (Arkadia, Cagliari 2010)
Inoltre il racconto “Indagine stagnante” nella raccolta collettiva “Nerocagliari” (Aìsara, Cagliari 2007), il contributo nella raccolta curata da Giulio Angioni “Cartas de Logu – Scrittori sardi allo specchio” (Cuec, Cagliari 2007), ilracconto “Lo scarabeo del commendatore” nel volume “Padri di Pietra. Storie sui Giganti di Monti Prama” (h_demia.ss/press 2010). Infine il racconto “Su piciocu de buttega” nella raccolta collettiva “Piciocus” (caracó, 2011)
Infine, con lo pseudonimo Gustavo Pratt, nel 2008 è uscito “Scrittori à la carte. La nouvelle cuisine della letteratura sarda”, illustrato da Giorgio Podda. 18 parodie/imitazioni di altrettanti autori isolani in forma di ricette. Vedi qui
N.B.: Non ho nessun rapporto, se non quello dell’omonimia, con un altro Paolo Maccioni autore pure lui di alcuni libri, vedi qui …Che ci si vuol fare! Ecco un punto debole dei motori di ricerca, tipo ibs: non distinguono fra gli omonimi!
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“Non c’è pace senza giustizia” – Iglesias, Aprile 2007, incontri sulla dittatura militare argentina nelle scuole.
con Enrico Calamai autore di “Niente asilo politico” e con Vera Vigevani de Jarach, madre e abuela de Plaza de Mayo, autrice de “Il silenzio infranto“, con noi Alberto Sechi, presidente dell’Associazione Mastinu-Marras (foto: Giorgio Russo)
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RECENSIONI VARIE – RASSEGNA STAMPA
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LE MONDE DIPLOMATIQUE dicembre 2010
Buenos Aires troppo tardi
di Annalisa Melandri
«Qui l’incerto ieri e l’oggi diverso/mi hanno offerto i comuni casi/di ogni sorte umana; qui i miei passi/ordiscono il loro incalcolabile labirinto…» Cosí lo scrittore e poeta argentino Jorge Luis Borges racconta Buenos Aires. E in quell’ «incalcolabile labirinto» che è la città «eterna come l’acqua e come l’aria», si muove il protagonista di quest’ultimo romanzo dello scrittore cagliaritano Paolo Maccioni, e insieme a lui decine di fantasmi del passato e del presente, che intrecciano storie e follie, evocano fantasie e orrori e lo prendono per mano per mostrare, a lui che ne è completamente ignaro, la storia terribile e mai abbastanza raccontata dell’Argentina.
Eugenio Santucci, lo scrittore sardo protagonista del romanzo, viene inviato nella capitale argentina dalla casa editrice per la quale lavora per scrivere una sorta di guida interattiva culturale e letteraria. E cosí tra le vie evocate da Borges e nei cortili cari al poeta Evaristo Carriego, rivivono antiche suggestioni di una città che non esiste piú. Intanto Eugenio approfitta del suo incarico per rintracciare lontani parenti emigrati in Argentina anni prima e dei quali ha perso le tracce.
Nella mappatura letteraria della città che egli cerca di tracciare e nella ricerca dei parenti perduti, il lettore scopre poco a poco che un unico filo tesse la trama nascosta di quell’incalcolabile labirinto in cui sembrano trasformarsi le giornate di Eugenio. I volti dei parenti scomparsi affiorano pian piano accanto a quelli dei 30mila desaparecidos della dittatura militare, e reclamano un posto nella storia. Prendono forma le storie degli uomini che hanno lottato contro la dittatura e hanno pagato con la vita. Una letteratura parallela a quella per la quale era stato chiamato a lavorare reclama l’attenzione di Eugenio: vicende tragiche di giornalisti e militanti, prima completamente oscure al nostro protagonista; egli rappresenta qui l’uomo comune, colui che non sa o che finge di non sapere quanto accaduto tra il 1976 e il 1983 in Argentina, ma che improvvisamente ne prende coscienza, come accadde del resto allo stesso Borges. «Il letterato chiuso nella sua torre d’avorio cerebrale, che sapevamo indifferente agli orrori della guerra sucia, dunque non era rimasto insensibile alla sorte dei suoi concittadini» pensa Eugenio riferendosi al grande scrittore (che non vinse il Nobel per la sua vicinanza ambigua ad Augusto Pinochet). E tuttavia non basta, il pentimento e la posizione del grande scrittore passano al vaglio della conquistata e severa consapevolezza civile del protagonista. Bisognava denunciare per tempo, non essere ambigui. Il rimprovero che Eugenio fa a Borges sembra essere quello che fa a se stesso.
E così egli non riesce più a seguire le suggestioni puramente letterarie che il suo incarico richiede, le strade, i caffè e i palazzi non gli evocano più soltanto passi di romanzi o versi di poesie. Un fantasma che pian piano prende le sembianze di Rodolfo Walsh (lo scrittore e giornalista desaparecido dal 25 marzo 1977 dopo aver reso pubblica la sua Lettera aperta alla Giunta militare) traccerà i contorni di un paese che allora era diventato come «un’immensa trappola e [in cui] la popolazione sopravviveva oppressa dal terrore e dalla mancanza di informazione».
Il passato emerge, spinge Eugenio a cercare i segreti custoditi dal pudore e dal dolore. Le ferite di Buenos Aires e dell’Argentina non si sono mai rimarginate, troppo sangue è stato versato nel silenzio complice della comunità internazionale e della chiesa cattolica. Eugenio sente adesso sulle spalle il peso di una responsabilità collettiva enorme ma l’essere arrivato tardi non avviene invano: i labirinti borgesiani per una volta lasceranno il posto alle storie e ai romanzi di Rodolfo Walsh, a quelli di Haroldo Conti, alla storia terribile delle suore francesi Alice Domon e Léonie Duquet, e a quelle di tanti altri uomini e donne torturati, uccisi, fatti sparire con una ferocia inaudita.
Perché bisogna saperla conoscere e riconoscere la storia. Da qualche parte nel mondo, un altro generale Videla può ripetere quegli orrori. Paolo Maccioni raccoglie quindi il testimone che Rodolfo Walsh gli consegna idealmente alla fine del romanzo.
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LA NUOVA SARDEGNA, Lunedì 22 novembre 2010
Il resoconto nel libro di Paolo Maccioni «Buenos Aires troppo tardi»
L’incubo del golpe in Argentina attraverso gli occhi di Eugenio
Eugenio Santucci, sardo poco più che trentenne, arriva a Buenos Aires grazie a una casa editrice che gli ha commissionato una guida interattiva che racconti i luoghi letterari della capitale argentina.
Il materiale a sua disposizione è strabordante: ogni angolo della città rievoca qualche passo narrativo di autori come Borges o Soriano, tanto per citare i più celebri. Ogni bar porta o rimanda a qualche tango o avvenimento. Eppure il protagonista di «Buenos Aires troppo tardi», terzo e ultimo romanzo dello scrittore cagliaritano Paolo Maccioni (edito stavolta dall’editore Arkadia) pian piano si rende conto che la letteratura da lui amata non è sufficiente per riportare in modo esaustivo le vicende di quell’enorme Paese che negli anni Cinquanta fu tra i più prosperi al mondo.
La sua bibliografia, infatti, non arriva a toccare la «dictadura» che insanguinò l’Argentina tra la metà degli anni Settanta e i primi anni Ottanta del secolo scorso. Vuoi perché alcuni autori di rilievo scelsero il silenzio, vuoi perché gli scrittori e i giornalisti che tentarono di denunciare l’atroce repressione finirono nelle grinfie degli squadroni della morte.
E’ il caso di Rodolfo Walsh, sequestrato, torturato e fatto sparire nel 1977 dopo un esplicito «j’accuse», ma che tuttavia nel romanzo di Maccioni diventa una sorta di mentore che fa scoprire il dramma a Eugenio. Quasi un fantasma cui lo scrittore cagliaritano riesce a conferire «l’aparicion con vida», per usare l’espressione con la quale le Madres di Plaza de Mayo rivendicavano davanti alla Casa Rosada, sede del governo, i corpi dei loro figli.
In Argentina l’incubo incominciò il 24 marzo del 1976, quando, con un colpo di stato non esattamente imprevisto l’esercito al soldo del generale Jorge Rafael Videla depose il governo populista di Isabelita Peron. Fu una delle dittature più feroci che si ricordino: l’intero Paese era presidiato da militari addestrati a ogni nefandezza. Una volta al potere il triumvirato Videla-Massera-Agosti si affrettò a emanare una serie di leggi liberticide. E presto iniziò l’eliminazione degli oppositori. Trentamila martiri a causa del loro impegno sociale e civile. Proprio quando l’Argentina ospitava (e vinceva) i Mondiali di calcio del `78 in tutto il Paese si facevano sempre più insistenti le voci sulle scariche di corrente elettrica, sull’uso diabolico delle tenaglie, sugli stupri continui anche delle donne incinte. Pochi ebbero il coraggio di parlare, altri furono complici. Nell’ ’83, dopo la disfatta nelle Isole Falkland, i militari persero ogni credibilità e dovettero andarsene. «Vi renderete conto che abbiamo fatto cose peggiori dei nazisti», ha poi detto un ufficiale dell’Aeronautica durante una confessione.
Maccioni – che attraverso il personaggio Eugenio racconta di fatto la sua vecchia esperienza di viaggio – mostra tutto lo sgomento possibile per quegli avvenimenti che rischiavano di sfuggirgli. Esprime senza farne mistero la frustrazione provata in un suo reale viaggio in Argentina. Insomma, senza rivelare troppi dettagli del romanzo si può dire che scopre con orrendo stupore l’esistenza della famigerata Esma, la Scuola superiore di meccanica della Marina, dove si consumarono atroci delitti. Ma fa in tempo anche a invaghirsi di Silvina, donna colta e intrigante, che – proprio come Buenos Aires – lo seduce senza concedersi mai sino in fondo.
Andrea Massidda
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L’UNIONE SARDA, 20 ottobre 2010
“Buenos Aires troppo tardi”
L’Argentina dei golpe, il mondo chiuse gli occhi
Il mondo si è accorto troppo tardi di ciò che stava accadendo in Argentina a metà degli anni Settanta. O forse non ha voluto vedere sino a quando, con il processo alla giunta golpista, è venuta fuori la tragica realtà di trentamila desaparecidos. Era il 1983, dopo la guerra delle Malvinas che aveva messo fine al regime di terrore dei militari guidati dai generali Videla e Galtieri. Troppo tardi per salvare i prigionieri sequestrati e spariti nelle carceri clandestine, troppo tardi per indignarsi e per denunciare gli assassini in divisa. Persino il partito comunista, mai dichiarato illegale mentre nel contempo si perseguitavano tutti gli oppositori di sinistra, non protestò contro i repressori che facevano affari con Mosca: in Russia finivano le navi cariche di grano e carne argentina. Il generale Videla, anche per i comunisti europei, rappresentava la faccia “pulita” dei regimi militari che, con l’aiuto della Cia americana, governavano in tutto il Sud America. Il golpista cattivo era il vicino cileno Pinochet che aveva riempito gli stadi di oppositori davanti alle televisioni di tutto il mondo.
GENOCIDIO
Videla, invece, aveva messo in atto un genocidio silenzioso organizzando una perfetta macchina della morte: le squadre di militari in abiti civili, soprattutto di notte, prelevavano le vittime, le caricavano sulle auto Falcon senza targa e le trasportavano nelle carceri clandestine (oltre 200 sparse nel paese). Qui i prigionieri venivano torturati, costretti a fare i nomi di altri possibili dissidenti (ma molti pur di far cessare le sevizie erano pronti a dire qualsiasi cosa). Ultima tappa del calvario l’uccisione: fucilati o gettati vivi nell’Oceano dagli aerei. Dal momento del sequestro di loro non si sapeva più nulla: desaparecidos. «Prima uccideremo tutti i sovversivi, poi i loro collaboratori, quindi gli indifferenti, ed infine i timorosi» disse il generale Ibèrico Manuel Saint Jean. Tutto un programma. Ma gli stessi argentini in gran parte preferivano far finta di niente, tapparsi gli occhi. Alla notizia di una sparizione la gente dubitava: «Algo serà, qualcosa avrà fatto».
LA STORIA
Ma la tragedia argentina non è durata solo l’arco della dittatura di Videla (1976-1982). Inizia già nel 1955 con la caduta del generale-presidente Peròn e, golpe dopo golpe, continua senza soluzione di continuità con l’alternanza di militari al governo. La democrazia arriverà, a fatica, solo con Raul Alfonsìn e stenterà sino ai primi del Duemila dopo anni di sofferenze e di drastici interventi economici per rimettere in piedi un paese svuotato, rapinato e insanguinato da mezzo secolo di dittatura. La storia tormentata e tragica del paese sudamericano, così vicino agli italiani per cultura e tradizioni, scorre palpitante nelle pagine di Buenos Aires troppo tardi ultimo romanzo di Paolo Maccioni, cinquantenne (!) scrittore cagliaritano con la passione per l’Argentina. Un amore folgorante, dieci anni fa, dopo un incontro con un libro che raccontava dei sardi e degli italiani desaparecidos (una decina gli emigrati sardi) e con il bel romanzo di Massimo Carlotto Le irregolari . «Sino ad allora in Italia non c’erano pubblicazioni sui desaparecidos, si sapeva poco o niente», racconta Maccioni.
VIAGGIO LETTERARIO
Colpito allo stomaco e preso in modo viscerale da questa vicenda così vicina nel tempo e lontana nel luogo, si getta a capofitto nella letteratura argentina, quasi tutta in lingua spagnola perché, a parte qualche classico come Borges e Soriano, in libreria si trovava poco. E quindi i viaggi a Buenos Aires per vedere i luoghi che si ritroveranno nel romanzo. Buenos Aires troppo tardi (229 pagine, 16 euro) edito dalla nuova casa editrice cagliaritana Arkadia che sta puntando con coraggio su libri di argomenti oltre i confini isolani, è un viaggio di scoperta. Un viaggio geografico, ma anche sentimentale nell’anima dell’autore. C’è un protagonista, il giovane scrittore sardo Eugenio Santucci, che si reca in Argentina per realizzare una guida multimediale basata sui luoghi citati nei libri. Una sorta di percorso letterario attraverso Borges, Angel Bonomini, Cortazar, Puig, De Benedetto, Sabato, Soriano, Boioy Casares, l’uruguagio Galeano, il grande disegnatore di comics Oesterheld (l’autore de L’Eternauta, anche lui desaparecido), che nei loro romanzi gli svelano una metropoli nascosta, sconvolgente, multietnica, romantica, affascinante. E tragica.
WALSH
Ma è soprattutto la scoperta di un altro grande scrittore e giornalista Rodolfo Walsh: le quattro figlie desaparecidas e nel 1977 lui stesso ferito a morte in un conflitto a fuoco mentre tentavano di sequestrarlo e poi sparito in un campo clandestino dove il suo cadevere fu esposto per terrorizzare i prigionieri. Il giovane Eugenio nel suo appartamento in affitto vede materializzarsi un personaggio che cambierà nome lungo il racconto, proprio come fu costretto Walsh per nascondersi dagli aguzzini. La bella copertina, da una foto scattata dallo stesso Maccioni, mostra una scultura di cartapesta che rappresenta Walsh affacciato alla finestra di una casa che dà su una piazzetta oggi a lui intitolata. La conoscenza di un autore come Walsh, giornalista coraggioso, poi giallista e romanziere che nei suoi scritti sino all’ultimo denunciò i soprusi e la violenza del potere militare, spinge Maccioni a scavare nella letteratura argentina con una voracità insaziabile.
INFERNO
Per il giovane Santucci, arrivato a Buenos Aires anche per trovare i suoi familiari emigrati, Walsh diventa una sorta di Virgilio che lo guida nei gironi dell’inferno argentino. Il romanzo riesce nell’impresa di essere una storia affascinante, dove non mancano gli amori e le passioni per le ragazze portene, ma nel contempo riassume in modo quasi didascalico mezzo secolo di storia argentina. Da Peròn alla crisi economica che ha lasciato più di metà degli argentini sotto la soglia della povertà. «Buenos Aires traspare con la sua forte personalità che non si confonde con le altre capitali, una sorta d’Italia a rovescio che trasuda in ogni angolo di letteratura e tango», sottolinea Maccioni.
BORGES
La storia argentina è molto complessa e contradditoria, difficile non solo da capire, ma da afferrare: il libro offre una chiave per penetrare nella realtà di questa metropoli e di questo paese. Alla fine viene la voglia di ricercare i romanzi di questi scrittori in Italia poco noti e pubblicati, a partire da Walsh ( Variazioni in rosso e Operazione massacro sono editi da Sellerio). Il romanzo di Maccioni si basa su un’architettura narrativa ben riuscita, la trama si intreccia per riannodarsi in una logica ciclicità che consente al lettore di non perdere mai la strada del racconto. Le tante metafore si possono riassumere in una: la cecità del più grande scrittore, Jorge Luis Borges, diventa la cecità della letteratura argentina che non è riuscita a trasmettere la tragedia prima che fosse troppo tardi. Lo stesso Borges subito dopo il golpe incontrò Videla con parole di augurio: esempio massimo dell’incapacità di vedere cosa sarebbe accaduto.
Carlo Figari
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L’UNIONE SARDA, 31 gennaio 2008
Il risotto Neroseppia di Soriga, il tonno al Calvados di Carlotto e altre beffe
Parodie in punta di forchetta
Ricette e imitazioni letterarie: chi è “Gustavo Pratt”?
Scrutate tra il pubblico dei reading, ascoltate con attenzione gli interventi ai dibattiti e ai festival letterari, guardatevi attorno in libreria: prima o poi si tradirà. E potremo fargli i complimenti. Ha ottime chance di diventare il gioco intellettuale di quest’inverno la caccia a Gustavo Pratt, autore sotto pseudonimo di “Scrittori à la carte” il libro che la casa editrice Aìsara manda oggi in libreria. Il sottotitolo è “La nouvelle cuisine della letteratura sarda” e ha due funzioni. Fare il verso alla formuletta della “nouvelle vague della letteratura isolana”, che giornalisti e critici usano sempre più freneticamente, e introdurre lo schema gastronomico-narrativo del libro. Diciotto autori sardi vengono abbinati a una ricetta e poi parodiati, imitati, ritratti nei loro personaggi, nei loro tic stilistici e nei loro vezzi. Insomma, una rivisitazione in chiave sardesca dell’operazione compiuta da Mark Crick con “La zuppa di Kafka”.
Le caricature sono così ben dosate e felici che si ha pudore a usare l’aggettivo “geniale”, così inflazionato: meglio dire che sono brillanti e scrupolosissime. Chi ha tracciato i diciotto ritrattini non ha solo letto le opere degli autori: ne ha studiato il ritmo e il respiro, ne ha analizzato a fondo il vocabolario, ne ha osservato e ascoltato le performance pubbliche. Solo così si spiegano alcune raffinatezze. Ma andiamo per ordine, citando subito i disegni belli ed espressivi di Giorgio Podda che illustrano il libro, uno per ogni racconto.
Quanto agli autori, ecco qualche saggio delle parodie: «Boricànzela Nurdoledda non ha bisogno di aspettare la festa della Pasca Manna per fare i macarrones con su cracu e gli asparagi. Basta che la stagione sia quella buona per gli ingredienti e che in casa sua sia finito il sugo di pecora». Riconosciuto? Sì, è Salvatore Niffoi, che Pratt abbina alla ricetta Macarrones de punzu con asparagi e crema di quaglio di capretto. Poi c’è il Parfait di mandorle con salsa di cioccolato fondente di Milena Agus: «Nonna è in cucina che pesta le mandorle. E con che energia! Lei dice che ci vuole il mortaio di marmo, altrimenti la magia del suo dolce non viene. Si mette un vestito che le ricorda qualcosa, come quello scuro con i fiori di pervinca, e parla di quando era giovane, dei tempi in cui viveva a Torino».
Ancora, il perfetto incipit «Ma io non lo volevo fare questo racconto con ricetta, ma siccome da quando vivo da solo ho imparato a farmi da mangiare…» di Flavio Soriga, abbinato al Risotto Neroseppia: chiunque abbia sentito un reading dell’autore di “Neropioggia” sa che comincia sempre così, con una protesta e un gioco di straniamento. “Racconto sui giovani? Io non la volevo fare questa cosa sui giovani che è venuto un professore amico mio e mi ha detto tu sei giovane devi fare una cosa sui giovani…” e via così. Il tutto letto a voce alta alla moda di Paolo Nori e/o di Lella Costa. Ma ci sono tutti, in realtà: il lirismo di Capitta, l’espressionismo nuorese-classico di Fois, il giovanilismo casteddaiu underground di Abate, l’intimismo iperboreo di Lecca, il noir al sangue di Carlotto (la ricetta è Tonno al Calvados). Concludiamo con qualche riflessione sugli indizi seminati da Pratt. Uno ce lo fornisce la parodia (impeccabile) di Capitta: la ricetta recita Gioga minuta e funghi arrosto, per cui l’autore non è sassarese altrimenti avrebbe scritto Ciogga minudda. Seconda traccia: lo pseudonimo rende apertamente omaggio a un disegnatore. E allora perché non indiziare proprio Giorgio Podda, che ha le stesse iniziali? Spesso di fa così per lasciare in un nome d’arte una traccia della propria identità. Ma c’è una terza indicazione. In Neroseppia Pratt è così raffinato da non usare mai il punto alla fine dei periodi, come fa Soriga nel suo nuovo romanzo. Un omaggio sospetto: “Sardinia blues” è stato pubblicato la scorsa settimana, il testo di Pratt è stato consegnato otto mesi fa al suo editore.
A proposito, scordatevi di avere notizie dalla Aìsara: «L’autore? Ne so quanto voi – allarga le braccia il titolare, Ignazio Ghiani – Il manoscritto ci è stato consegnato da un legale che ha il compito di proteggere l’anonimato del suo cliente e da quel momento ha condotto le trattative per conto di Pratt».
Celestino Tabasso
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LA NUOVA SARDEGNA, 3 febbraio 2008
Un misterioso autore propone piatti raffinati e popolari usando lo stile dei vari Soriga, Fois, Todde, Clarkson, Angioni,Agus, Nonnis e altri.
A tavola, la letteratura è servita. Buon appetito.
È in libreria «Scrittori à la carte» di Gustavo Pratt, ricette e racconti alla maniera dei narratori isolani
«Ma io non lo volevo fare questo racconto con ricetta, ma siccome da quando vivo solo ho imparato a farmi da mangiare, ché a camminare con le sue gambe uno impara in fretta in questa terra dimenticata e maledetta, e allora qualche cosa di quelle che faccio a casa mia quando vengono gli amici e ci beviamo insieme due birrette, qualcuna di quelle ve la posso anche raccontare come la faccio, ma poi non è detto che vi piaccia, affari vostri sono. Io l’ho detto, ai miei amici piacciono le cose che preparo io, e non è che sono tutti i bidduncoli, qualcuno sì, qualcun altro no, ma poi dipende perché se uno è di Seneghe allora c’ha la carne del bue rosso, che il cittadino se la sogna e lo stesso l’olio, e pure la poesia. Oppure se uno è di Gavoi, allora le patate non gli mancano, e di tutti i tipi, e neppure gli incontri letterari gli mancano. Ma se uno è di Nuraiollas allora solo lo scazzo, polvere, noia e disoccupazione, merda, e solo birra e canne per cercare di scacciare via la sfiga».
Flavio Soriga. No. Non è Soriga, il giovane autore del recente e pubblicizzatissimo «Sardinian blues» e del più conosciuto «Neropioggia»… Le parole, lo stile, l’incipit e il ritmo tutto-di-corsa assomigliano, eccome, ma in realtà sono di un sedicente Gustavo Pratt, autore misterioso di un libro che, appena uscito nelle librerie, sta andando a ruba per trasformarsi in un caso letterario made in Sardegna. Il libro in oggetto è il gustosissimo «Scrittori à la carte», pubblicato da Aìsara editrice (174 pagine, 13 euro), davvero imperdibile, corredato dalle stupende illustrazioni a colori del grafico e pittore Giorgio Podda (ma perché usare una copertina patinata e non optare invece per una ruvida e, magari, un formato più grande?) unisce gastronomia e letteratura, leggendo assieme amore per la tavola e gusto per l’ironia. Pratt, da buon ristoratore, squaderna il menù: dagli antipasti ai primi, dai secondi al dessert. Un turbinio di recette e racconti «alla maniera» degli scrittori di Sardegna; praticamente il Gotha isolano. Ecco così la «gioia minuta e i funghi arrosto» (Alberto Capitta), il polpo in agliata (Paola Alcioni), le assiette di finger appetizers (Francesco Abate) e persino il sushi alla mediterranea (Gianluca Floris) per le entrèe. Macarrones de punzu con asparagi (alla maniera di Salvatore Niffoi), spaghetti con i ricci (Nino Nonnis) per le paste. Tonno al calvados (Massimo Carlotto), agnello in casseruola (Giulio Angioni) o trippa imperiale con contorno di fagioli e cotiche (Luciano Marroccu) per il “grande piatto”. Per concludere: parfait di mandorle con salsa al cioccolato (Milena Agus) i deliziosi raviolini dolci
di pasta di mandorle (Marcello Fois) o una crostata di frutti di bosco alla maniera di Annalisa Ferruzzi…
Gustavo Pratt rilegge e riadatta un libro di culto come «La zuppa di Kafka», edito due anni fa da Ponte alle Grazie, opera prima del fotografo e disegnatore londinese Mark Crick. Grande divoratore di libri che in sedici ricette racconta la storia della letteratura universale. Da Kafka a Virginia Woolf, da Irvine Welsh a Raymond Chandler.
Un avvincente gioco letterario insomma, che Pratt ha ricalcato con risultati sorprendenti per la certosina capacità di riscrivere i nostri scrittori.
Esercizio di stile godibile, come un bel gioco situazionista, che nell’insegnare modi di cucinare svela e mette in risalto caratteristiche e modi di raccontare dei letterati, per cui alla fine sembra davvero una bella summa antologica che non potrà non fermarsi nella testa e nel cuore del lettore, regalando in surplus anche profumi di buona cucina.
Così, sarà indimenticabile quel risotto al modo di Soriga, rigorosamente «neroseppia», come quella complessa e (forse un po’ indigesta) ricetta del cinghiale al “sangue di toro” con contorno di gnocchi, “portata mitteleuopea” descritta alla maniera di Nicola Lecca, che fa il paio con la grigliata di manzo con purea di fave del racconto breve targato Giorgio Todde.
Che dire poi dei ruspanti spaghetti ai ricci calati in un contesto di karalitanità nello spassosissimo resoconto di (pardòn alla maniera di…) Nino Nonnis o quella fregola con le arselle descritta da Giulia Clarkson, che deve essere «non brodosa come il mare né troppo asciutta coma la riva. Paludosa, ecco. Va fatta paludosa».
O, ancora gli incipit della ricetta alla maniera di Milena Agus («Nonna è in cucina che pesta le mandole. E che energia! Lei dice che ci vuole il mortaio di marmo, altrimenti la magia del suo dolce non viene»), come quello alla guisa di Niffoi e Salvatore Pinna. O l’intreccio dolciario-noir alla maniera di Fois («Un raviolino fritto così diceva di averlo assaggiato Cosma, il figlio del servo pastore che aveva assistito all’assassinio di Cordelio Casula. Cosma, l’umile fedele di Bustianu. Un sapore, un richiamo che colma un vuoto nella memoria»).
Insomma: un grande omaggio con il sorriso alla nostra letteratura che non mancherà di appassionare. A questo punto rimane il mistero dell’autore nascosto nel nom de plume.
Chi si cela dietro la firma (agli editori pare che il manoscritto sia stato consegnato in busta da un avvocato)? Molti pensano a uno stesso scrittore o a un giovane critico e giornalista. Magari invece è solo un buon lettore, frequentatore di festival letterari. E il nome? Mah… Gustavo nel senso di gustare… e Pratt? Il riferimento al grande disegnatore papà di Corto Maltese, quello forse non c’è. E se invece fosse più semplicemente l’abbreviazione della parola sarda su Prattu…?
Walter Porcedda
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L’UNIONE SARDA 13 luglio 2004
Arriva “Doppio Gioco”
Gli scritti raminghi con rebus di Paolo Maccioni
Scritti raminghi, rimasti a lungo nel cassetto e alfine liberati, quelli che Paolo Maccioni raccoglie in Doppio Gioco, pubblicato dalla Cuec (pp.162, euro 10) a cura di Paolo Lusci. Libro a specchio, che fa onore al suo titolo dividendosi tra una prima sezione semi seria e un successivo exploit di pasquinate linguistiche. Si parte col cyborg-racconto di Chryon, città fittizia fondata dagli hackers, e altri brani eredi di quelle insonnie newyorkesi che videro l’esordio di Paolo Maccioni scrittore. Alla metà esatta del libro, il posto di Paolo Maccioni viene preso dal suo alter ego Iacopo Calmino, personaggio amante dei giochi di parole e cultore degli esercizi enigmistici. Difficili, bisogna dirlo, degni di un Omero dei rebus.
Si parte con un classico come Sator Arepo Tenet Opera Rotas, una frase palindroma, ovvero – per ricordarlo ai distratti – leggibile da sinistra a destra e da destra a sinistra, come, esempio assai noto, il nome Anna. Il racconto inizia e finisce con gli stessi identici periodi e i due blocchi s’incontrano sulla spiegazione della frase Sator Arepo Tenet Opera Rotas, che non è solo un perfetto palindromo ma è il Quadrato Magico ritrovato a Pompei. Irrompono poi, abili e inarrestabili, gli anagrammi dei nomi. Con le lettere di Elisabetta Arca, Maccioni compone una poesia in inglese giocando (molto bene) con Let It Be dei Beatles. Non pago, verga molti altri versi a base di bar, te e ciabatte, con note in calce che ne spiegano l’ermetico significato. Il risultato finale è un poema di 100 righe, tutte spremute dalle 14 lettere di Elisabetta Arca, mentre il testo in prosa che ne deriva è una storia d’amore combattuta tra Bitti e Tebe. Novellina surreale e internazionale.
A seguire, i Tenores de Oniferi, composti e scomposti in righe dove gli austeri cantori diventano donne e forestieri nonché eteree si rifondon. Formato esportazione: I don’t see free iron. Per fabbri all’antica: O, odierne finestre/e non siete di ferro. Leopardiano: s’ode eterno finire. Nichilista: forse ore di niente. Ferragostano: ferie, destino nero. Ci sono poi gli anagrammi sul nome di Gianluca Floris, cantante lirico e scrittore, distillati in 168 versi goliardicamente incentrati sulla U. Per i profani della Sfinge ci sono i testi a pié di pagina che chiosano, espandono, spiegano. E ricordano le note ai canti danteschi nei testi del liceo. Anagrammar mi è dolce in questo mare, potrebbe dire Iacopo Calmino o, anche, chi di anagramma ferisce di anagramma perisce, visto che Paolo Maccioni si autodedica una lunga filastrocca, per poi darsi a triturare nomi e cognomi di noti scrittori. Vittime, tra gli altri, Flavio Soriga, Giulio Angioni, Antonio Romagnino, Luciano Marrocu, tutti amici (ex?) di Paolo Maccioni e anche di Iacopo Calmino. Amor di pseudonimo che vanta precedenti illustri come Italo Calvino (alias Tonio Cavilla) e Renato Fucini (Neri Tanfucio).
Alessandra Menesini
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L’UNIONE SARDA 14 giugno 2003
Il rifiuto della vendetta in un romanzo di Paolo Maccioni
Su cantu a tenore del nonno ammazzato
Alla ricerca della bobina scomparsa. Al centro della singolare indagine narrata da Paolo Maccioni in L’ufficio del pietrisco (Poliedro Narrativa, Nuoro, 157 pagine, 10 euro), una vecchia registrazione del coro Tenores di Nuoro.
Niente risulta negli archivi Rai, reticenti i possibili testimoni. Antonio Chessa vuole riascoltare la perduta e antica vocalità de su ballu tundu così come la intonava suo nonno, morto ammazzato quarant’anni prima. Chessa, studente fuorisede con appartamentino a Cagliari, vive in compagnia di suo fratello e cerca, con scarsa lena, di finire la sua tesi: “L’espropriazione della proprietà privata per le opere di pubblica utilità”. Argomento affascinante, che in verità non lo assorbe più di tanto. Però sa fare un buon caffè, e canta (nel ruolo di sa contra) con i Tenores Gòine. Per il resto birrette, locali e ragazze, solita vita da universitario. Ma c’è qualcosa d’oscuro nelle sue giornate altrimenti tranquille.
è lui il più grande dei nipoti di quel nonno ucciso e mai vendicato, pastore di Santu Predu al quale somiglia moltissimo. Anche nella voce. Pensa e ripensa il giovane Chessa a quel nastro introvabile, e più ci pensa più si convince che dietro la sparizione dell’incisione ci sia qualcosa di segreto e che lo riguarda personalmente. Gli torna ogni tanto in mente Eschilo, le colpe dei padri eccetera eccetera, eppure in famiglia non si parla mai di quel fatto di sangue. Forse iaiu è stato ucciso da un latitante orgolese. Si sussurra di un agguato nell’ovile, di un assassino scomparso nel nulla.
L’improvvisato e testardo detective viene a sapere che la preziosa bobina è stata a suo tempo in mano a don Pasquale Tolu, possidente nuorese amico di preti e di banditi. Sequestrata, fatta sparire, perché negli anni Cinquanta il canonico Mureddu mette al bando il canto a tenore, considerandolo belluino e figlio di Satana. Preferiva, il canonico, il canto degli alpini, la limpida polifonia di venti elementi senza la rozza impronta dei barbari barbaricini. E’ un amico che lavora a Saxa Rubra (vicino a Roma, dov’è la sede centrale della Radiotelevisione italiana) a mandare in onda la misteriosa registrazione e nei versi dei muttos si parla di Funtana Buddìa, il luogo del delitto. “In Funtana Buddìa b’at una mala jana fachende sentinella…”. Strofe inquietanti, che coincidono con le sue sensazioni. La soluzione, Antonio Chessa studente la trova in un libro di Gadda, in una frase che svela l’arcano nonché la metafora contenuta nel titolo del libro.
Intrecciata ai suoni di launeddas e mesu boche, la storia quasi gialla de L’ufficio del pietrisco ha per protagonista indiretta una nuova generazione di giovani che rifiutano infausti richiami a balentìa e vendetta.
Alla sua seconda fatica letteraria, Paolo Maccioni, cagliaritano, si occupa fra l’altro di musica sarda e collabora con l’associazione culturale “Su bentu estu” di Sinnai. Ha pubblicato qualche anno fa per l’editrice nuorese Il Maestrale Insonnie newyorkesi e altre simulazioni: libro d’esordio con atmosfere ovviamente metropolitane, assai lontane da questo curioso innesto di cultura agro urbana che mescola bettole e pub, lingua sarda e buon italiano.
Alessandra Menesini
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dal sito del Premio Deledda:
Premio Letterario Nazionale “Grazia Deledda” 2002
Sezione “Narrativa Giovani”
Vincitrice
Giulia Clarkson per l’opera “La città d’acqua”
Segnalati
Paolo Maccioni per l’opera “L’ufficio del pietrisco”
Maria Paola Medde per l’opera “La terapia del cielo e della canna”
Giuseppe Pili per l’opera “Il ventre della sposa bambina”
Commissione
Presidente Attilio Mastino, Maria Elvira Ciusa, Tonino Mameli, Anna Paola Tabasso, Eugenia Tognotti
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L’Unione Sarda 18 novembre 2003
“Le parole sussurrate e urlate da un Café” Francesca Fradelloni
E’ un legame ormai indissolubile. Un sottile filo rosso che ricuce e riallaccia la nuova creatività artistica sarda. Un refrain che porta nei Café nelle piazze ma sempre lì va a parare: dentro un bicchiere di vino, tra le parole infinite del conversare, in coda alle note sussurrate e nella gran voglia di ascoltare storie. Sull’onda della felice iniziativa del Café Noir, un’altra manifestazione ha rimpolpato il rinnovato panorama letterario. Si è conclusa sabato scorso, con una grande partecipazione di pubblico, la tre giorni di letture gratuite nel grazioso e accogliente salottino del Café Barcellona nel quartiere Marina a Cagliari. Reading, informali, musicati, letti, cantati, recitati, urlati sono frutto dell’organizzazione dello scrittore e tenore Gianluca Floris. Un breve viaggio d’avventura, non quei pacchetti d’agenzia mordi e fuggi, ma un umano vagare e un’avvincente scoprire, pieno d’imprevisti che ha scovato inediti e editi di sette scrittori sardi e che ha toccato tutte le corde emozionali dell’animo umano. Sul palcoscenico improvvisato del piccolo locale di via Barcellona, ha esordito Cristiano Bandini che ha prestato le sue parole alle giovanissime ed emozionate voci di cinque attori alle prime armi. Si è riso con la comicità sfrenata di Nino Nonnis che con una carrellata di espressioni coloratissime dello slang cagliaritano, ha fatto riaffiorare atmosfere passate ormai sconosciute ai giovani figli dell’Isola. Si è pianto per la durezza, la bestialità raccontata dalla voce frantumata e dolente di Giulia Clarkson e con il giovane e bello Elias, alto e magro, dagli zigomi larghi e gli occhi profondi, protagonista del racconto di Flavio Soriga “Libera i cani”, accompagnato dalla chitarra di Giovanni Peresson. Tragedie che si snodano tra il male fisico di corpi dilaniati e mortificati dagli occhi gonfi, labbra spaccate, sanguinanti, ossa doloranti e che si insediano nelle menti e nei cuori spezzettati, frustati e denigrati della dignità ferita. Elias è sconfitto, abbruttito, come il vecchio, cuore pulsante del racconto di Francesco Abate “Le ceneri del nonno”, perso nella sua inutilità di chi ha alle spalle troppi anni e di chi ha visto la sepoltura di figli e nipoti. E’ la storia della sua triste rivincita, della rivalsa trovata nella morte gloriosa per una causa comune. Una fine grottesca esortata da una sporca pubblicità che persuade a riciclare l’uomo, fuori uso e improduttivo, attraverso i suoi resti polverizzati che contribuiranno a far tornale bianca e candida come un tempo la sabbia del Poetto.
E’ stato come vagare, a volte perdersi come nell’universo dell’astrofisica del signor Rinaldo, pseudo eroe del ricchissimo libro di Andrea Cannas “Vita and so on del signor Rinaldo psicopompo”. Strano personaggio che si aggira per le strade di questo mondo e, qualche volta, per i tortuosi sentieri dell’aldilà. Creatura bislacca, in bilico tra verità e finzione perduto tra le costellazioni. Ci si è imbattuti in due racconti tratti da “Insonnie newyorkesi e altre simulazioni” libro d’esordio con atmosfere ovviamente metropolitane del bravissimo Paolo Maccioni. E ci si è sorpresi con inaspettato, ma azzeccatissimo racconto “Blu” dell’esordiente Andrea Melis. Un’abbondanza che fa ben sperare nel futuro.
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Recensione
Paolo Maccioni – “Insonnie newyorkesi” – Il Maestrale (Nuoro, 1998) L. 20.000
Se l’arte è menzogna, cosa resta quando, svelato l’inganno, rischiano di crollare anche quei codici che ci dovrebbero permettere di continuare a credere nella solidità dei nostri interessi, nella concretezza di un agire che rifiuta il tempo del sogno, il richiamo ad un’idealità vuota e priva di interesse?
La risposta tenta di fornirla Paolo Maccioni con “Insonnie newyorkesi”, dove è costante il tentativo di allontanare la tentazione di erigere barriere artificiali, che possano impedirci di vedere un mondo che è anche volgarità, egoismo, scontro di volontà che vogliono innanzitutto se stesse.
E fin qui non si può dare torto ad una visione del mondo che è rifiuto della fuga, di ogni tentazione quietistica.
Quel che convince meno, invece, è l’incapacità di arrivare a disegnare un possibile oltre, che non sia la riproposizione di ciò che si è già consumato, di ciò che si è consegnato ad un passato immobile, sempre uguale a se stesso.
Intendiamo dire che se il reale rischia di diventare una prigione è possibile progettare piani di evasione che, mettendo a rischio i codici consolidati, le ipotesi da sempre contenute nel nostro orizzonte di attese, evitino di utilizzare sconsideratamente le armi dell’irrisione, del sarcasmo, nel tentativo di arrivare a mantenere quella giusta distanza dagli altri e dalle cose che è importante conquista interiore, consapevolezza che garantisce maggiore sicurezza, maggiore autocontrollo.
Questo ovviamente nell’interesse dell’uomo, che è apertura originaria, colloquio che non può fare a meno di mettere a rischio qualsiasi certezza, nell’evidenza di un agire che è soprattutto disponibilità all’ascolto, lontana per quanto è possibile da quanto ci mantiene legati ad un passato fatto di giudizi inevitabilmente provvisori, riferiti ad un sentire che può cessare di appartenerci.
Ma anche, inevitabilmente, nell’interesse dell’arte, della letteratura, che può smarrire le ragioni del proprio esistere, in uno sforzo continuo di autosuperamento che è falsa dialettica, scontro di forze inconsapevoli delle proprie e delle altrui ragioni. E questo, purtroppo, Paolo Maccioni sembra a tratti dimenticarlo, anche se è lodevole il tentativo di giocare con le armi della fantasia più sfrenata e surreale e dell’ironia contro i tanti, troppi giochi letterari ai quali siamo abituati, che rischiano di risultare incomprensibili, troppo chiusi ed autoreferenziali, perfino poco divertenti.
Marco Marinelli
existenz42@hotmail.com
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