Il sorriso della Gioconda

diario dei pensieri sparsi, racconti — paolo @ 10:06 am

Sabato� 20 maggio 2006� � Centro Comunale Area 3, via Carpaccio Cagliari (Centro Sociale Polivalente Mulinu Becciu)��������� area3_mail.jpg

ore�9,30 Convegno IL SORRISO DELLA GIOCONDA

introduzione: Paolo Maccioni�- “Le relazioni fra uomo e cosmo. Rapporto tra micro e macro.”
RELATORI:
ANDREA FORGES DAVANZATI� Scultore -
“L’uso della matematica e della logica nell’arte”
SALVATORE LOI - Teologo e storico - “Esperienze tra scienza e tecnologia”
FRANCO MELONI - Fisico - Professore all’Università di Cagliari - “Frammenti e totalità: esperienze, saperi e domande di senso”
Moderatore: Paolo Maccioni

Sera: ore 16 e 17,30 (partecipazione gratuita - prenotazione necessaria 070 542979)
LABORATORI per adulti e bambini in cui verranno sperimentate abilità linguistiche, si apprenderanno esperimenti scientifici e si avrà la possibilità di partecipare a laboratori artistici.
Laboratorio tecnico- artistico Ceramica - Monica Mariani (Ass. Arcoes) Foglie, stampi e conchiglie: tecniche per decorare e duplicare una mattonella.
Durata: 2 h Età : dai 7 anni (anche per adulti)

Laboratorio scientifico Bolle di sapone - Andrea Forges Davanzati I riflessi delle bolle
Durata: 1h Età : dai 12 anni (anche per adulti)

Laboratorio interattivo di comunicazione scientifica : in equilibrio tra gioco e scienza - Pietro Olla (Ass. Le strade di Macondo)
Durata 2 h Età: dai 12 anni

Laboratorio linguistico. Laboratorio ludico didattico “Alla scoperta di Leonardo”. Gioco didattico sulla vita e sulle opere di Leonardo Da Vinci — Fabiana Sedda (Ass. La Mongolfiera)Durata: 2 h Età : dai 12 anni (anche per adulti)

LA MEMORIA, L’OBLIO

racconti — paolo @ 8:48 am

L’uomo aprìgli occhi e nel biancore unanime riuscì a distinguere un punto luminoso. Tutto intorno a lui sembrava oscillare indistinto in un’aria densa e lattescente. A poco a poco la vista cominciò a schiarirsi e i contorni delle cose si fecero sempre meno incerti: comprese di trovarsi al chiuso, sdraiato su un letto. Il punto luminoso proveniva da una lanterna appesa ad un gancio; non era la stanza ma la luce ad oscillare. Uno spiffero passava attraverso le cuciture della cuspide di tela facendo dondolare piano la lanterna. Accanto a lui, un uomo dormiva o sembrava dormire; aveva una gamba ingessata, sostenuta da un’imbracatura. Più in là, da punti che non si potevano scorgere, giungevano lamenti, ed anche un bisbiglio cadenzato e ossessivo: forse una preghiera, oppure il delirio insensato di un moribondo. A un tratto un uomo corpulento, vestito di bianco, si avvicinò, chiedendogli con vocione profondo:”Non sono già passati a cambiare le bende, no?” Le bende?, avrebbe voluto chiedere lui, ma nonostante lo sforzo i muscoli non obbedivano e le parole rimasero là, in quel limbo fra il pensiero e la gola. (more…)

Per esempio

racconti — paolo @ 7:02 am

Per esempio, il nome: Antonio Chessa era conosciuto come Antonio Chessa. Solo e semplicemente col nome e cognome anche a Nuoro, che voleva dire che né a lui né, soprattutto, a nessuno dei suoi progenitori era stato mai assegnato un nomignolo, un soprannome di quelli che vengono ereditati da tutta una discendenza e che identificano il ceppo familiare meglio del cognome. Forse perché di Chessa nel quartiere di Santu Predu c’erano solo loro, pochi altri in tutta Nuoro, o più probabilmente perché nessuno della famiglia si era mai reso riconoscibile per una qualche singolarità, un vizio inconsueto o una caratteristica fisica. A dire il vero il nonno di Antonio, che si chiamava Antonio pure lui, aveva un passo singolare, appena claudicante, ma in una misura quasi impercettibile, e la stessa andatura aveva Antonio. Quel passo che un tempo si era affaticato solitario su sentieri di campagna, ora attraversava crocicchi trafficati in una città frettolosa e sbadata. Di fisico asciutto, sguardo remoto, come apparentemente distratto, e con un sorriso ferino che gli scopriva i canini di sopra, Antonio Chessa aveva conservato i tratti di una genìa di Santupredini che erano stati pastori fino alla generazione del nonno. Già il padre e lo zio di Antonio avevano studiato all’università, in continente, ed anche Antonio aveva lasciato Nuoro al termine delle superiori ed ora si stava laureando in Leggi a Cagliari. Ma il contegno austero e frugale e quella riservatezza, o pudore, erano gli stessi di quei Chessa avvezzi al silenzio delle pietre e alla promiscuità con gli animali. Così pure certe espressioni del viso del nonno rivivevano in Antonio, come l’aggrottare delle sopracciglia e il protrudere delle labbra quand’era concentrato in qualche attività manuale, e pure le inclinazioni. Per esempio anche Antonio cantava a tenore, nel suo gruppo faceva sa contra, come il nonno, e come lui ci sapeva fare con le parole e con le rime, componeva strofe di muttos e ricordava a memoria moltissime poesie sarde.

E gli capitava talvolta, magari al volante o allo specchio, di incantarsi nell’esercizio solitario di ruminare parole, isolarne il suono o inventare nessi che le imparentassero, così, per cercare di redimerle dalla concretezza. Così come si lasciava a volte sedurre dall’idea che a governare gli eventi dell’esistenza fosse un’indecifrabile moltitudine di congiunture. Anche l’atto più banale, come il tossire di uno sconosciuto incrociato per strada poteva essere il risultato di infiniti accadimenti anteriori e a sua volta indizio di insospettate conseguenze. Per esempio nel fogliame di un albero mosso dal vento o in una piega del cuscino si poteva scorgere il nome segreto di Teresa, quello più intimo ed incorporeo.
Ma poi interveniva la logica a ratificare o correggere la suggestione; allora il suo sguardo tornava come appagato, disteso, e le mani, per giustificare la realtà, si impegnavano ad avvitare la caffettiera o a tirar giù la cinghia di una tapparella.

A dire di zia Rosaria, il nonno aveva un’immaginazione altrettanto fervida, più rustica però, legata al vivere campestre, e più forte della memoria. Per esempio, quando gli chiedevano se fossero vere le cose impossibili che riferiva, rispondeva: Non lo so se è così, oppure Non è vero che è successo ma già è vero che me lo sono immaginato, ed erano cose che riguardavano le ragioni di un avvenimento, la volontà delle cose inanimate o certe suggestioni sugli eventi. Ad esempio, il pensiero che la morte accompagnasse la vita tanto da scandirla, e che i lutti facessero parte del quotidiano: Le campane a morto sono come la pioggia, c’è quella col rintocco de sos sennores, quella delle monache o dei bambini, come c’è l’acquazzone violento e la pioggerellina silenziosa. E come un rovescio improvviso era arrivata la sua, una mattina del Millenovecentosessanta, quando nella solitudine dell’ovile appena fuori Nuoro era stato raggiunto da una scarica di pallettoni.

primo capitolo del romanzo “L’ufficio del pietrisco”.

LA LEGGENDA DEI PETROGLIFI

racconti — paolo @ 6:58 am
Da ube no si torrat ses benidu,
né ischis cando torras a partire.
[Antioco Casula "Montanaru"- "A s'òmine"]

Nel corso di un prolungato soggiorno in Sardegna, il celebre romanziere e poeta inglese David Herbert Lawrence udì e fece propria un’antica leggenda sull’origine dei graffiti rupestri sardi. La sua traduzione in inglese comparve fra i manoscritti di “Sea and Sardinia”, ma non nell’edizione del volume che Lawrence pubblicò nel 1921.
Apprendo senza sorpresa che la versione in italiano venne tradotta da quella in inglese anziché dall’originale in sardo:

Nel villaggio di Ur un ragazzino si distingueva fra i suoi coetanei. Il suo nome era Meskiag-Nannar, o più semplicemente Nannar; era longilineo, più alto della media e singolarmente silenzioso. Nessuno scagliava i sassi e sputava più lontano di lui.
Una mattina d’estate, la sua curiosità lo spinse ad avventurarsi in una domu de jana. All’interno vi era fresco, umido ed una penombra di incanto e di timore. Nannar volle toccare con la propria mano la superficie fredda e ruvida della roccia; quindi, mosso da un impulso incontrollabile, prese a tracciare con una pietra appuntita un tratto di figura umana con le braccia aperte.
Tornò in quella roccia cava più volte, deciso a completare la figura ed a rifinirla. Le aggiunse gli arti inferiori e l’organo sessuale. In seguito incise altre figure simili.

petroglifi
Petroglifi antropomorfi (modificati): A) Tomba Branca, Cherémule (SS), B) Sas Concas, Onifèri (NU). Eneolitico (2.600 - 1.800 a.C.)

In un angolo descrisse due figure intrecciate, che rese sul piano parevano una sopra l’altra; le gambe dell’una, infatti, erano il prolungamento delle braccia dell’altra. La figura inferiore di quell’intimo intreccio doveva rappresentare sé stesso: l’organo sessuale in manifesta erezione, che già la pubertà gli sconvolgeva gli istinti e presto anche lui avrebbe compiuto il magico rituale dell’accoppiamento. La figura superiore doveva essere una femmina qualsiasi, oppure una in particolare. Magari Kudda, la ragazza del villaggio che cominciava a tormentare il suo desiderio palpitante.
Tracciò poi tre figure collegate fra loro; una più piccola delle altre due. Rappresentavano sé stesso con i suoi genitori, o forse la famiglia cui avrebbe dato luogo con la ragazza dei suoi desideri. Sulla parete opposta incise un laborioso reticolo di sagome riccamente intrecciate, sicuramente simboleggianti l’intera comunità del villaggio, che sembravano osservare ed approvare compiaciute l’intreccio delle due figure accoppiate nell’abbraccio.
Quel lavoro impegnativo e segreto non fu scoperto da nessuno; i suoi ritiri nella domu de jana non insospettirono poiché Nannar era solito appartarsi e la sua indole taciturna era conosciuta.
Tornò nella grotta con un amico; gli suggerì di nascondersi con lui là dentro per riparare dalla caccia dei compagni di giochi: usavano dividersi in cacciatori e prede e si sparpagliavano a turno per la valle. Il gioco poteva durare un’intera giornata. Quella volta gli era toccato fare le prede e nell’attesa ebbero a scoprire quelle magiche figure. Nannar simulò la scoperta con il suo coetaneo, che provò un brivido, ed anche Nannar, pur nella simulazione, avvertì una scossa. Quando sopraggiunsero gli amici, che ormai avevano scoperto il loro nascondiglio, il gioco della caccia si interruppe. Tutti parteciparono all’incanto di quella scoperta.
Vennero poi condotti gli adulti ad ammirare quegli uomini raffigurati nella pietra della grotta. Gli anziani del villaggio attribuirono a quei misteriosi segni un significato magico e sostennero che dovevano essere stati incisi dagli avi in tempi antichi per propiziare gli spiriti, affinché assicurassero fertilità, prole sana e coesione della comunità. Quella scoperta casuale dei ragazzi aveva rinnovato l’auspicio presso gli spiriti e gli anziani fecero previsioni di giorni fausti a venire. Nessun omicidio si sarebbe consumato presso le famiglie della comunità, nessuna rivalità si sarebbe accesa nel villaggio, nessuna gravida avrebbe dato alla luce prole deforme.
Meskiag-Nannar non rivelò mai di essere l’autore di quei disegni. Mai avrebbe potuto confessare che quei simboli non provenivano dagli auspici dei Nobili Padri, ma dalla sua mano adolescente. La sua riservatezza avrebbe celato il proprio animo trepidante innamorato di Kudda, che gli aveva ispirato la raffigurazione dell’unione con lei.
Quell’amore era inconfessabile ed infatti Meskiag-Nannar non lo confessò.

Aleggia sull’origine dei petroglifi antropomorfi sardi un’altra misconosciuta leggenda, forse coeva della precedente. Secondo il glottologo Michael S. Hughes, appassionato di linguistica sarda, la prima e la seconda leggenda facevano parte di un’unica leggenda originaria che le conteneva entrambe e che poi, nella tradizione orale attraverso le generazioni, si sarebbe divisa accidentalmente. La prima delle due cellule ebbe più fortuna della seconda.
Nella versione che le vedeva insieme, le due leggende erano probabilmente concatenate e la seconda doveva essere la continuazione logica e temporale della prima. Un frammento di mezzo, andato perduto, avrebbe accennato all’oblio nel quale caddero per lungo tempo i petroglifi.
Al contrario, la tesi più accreditata (G. Lilliu, “Ichnussa”, 1979) nega ogni legame fra le due leggende ed attribuisce la prima all’origine dei petroglifi antropomorfi di Tomba Branca, in località Moseddu, Cherémule (SS).
La seconda leggenda sarebbe invece relativa ai petroglifi reperiti in località Sas Concas, Onifèri (NU).

Essa fu udita dinanzi a un caminetto dal racconto di Tiu Bustianu, uno dei pochissimi in vita a ricordarla:

Era un pomeriggio estivo di un giorno imprecisato di tanti anni fa. L’estate di cui si narra fu particolarmente afosa ed arida. La siccità perdurava da parecchio e si cominciava a temere per le colture autunnali e per la sorte del bestiame alla ricerca del pascolo.
In quel vago pomeriggio afoso, Nannìa cercò una posizione comoda nel giaciglio di paglia e si addormentò sotto i raggi della palla di fuoco che riscaldava esageratamente la terra. Gli suggerirono il sonno: la sazietà, la solitudine, la pace, la noia ed il frequente frinire delle cicale che accompagnava il calore implacabile. Qualche altro animale sonnecchiava a breve distanza.
Accade presso tutte le genti che il silenzio ed il torpore generino idee e propositi grandiosi. Nannìa fu ispirato da uno di questi pensieri; probabilmente sudava e forse qualche insetto si posò per qualche istante sulla sua pelle arsa. Sognò delle immagini che lo impressionarono molto più che se le avesse vissute nella pena della veglia. Erano delle figure simboliche mai viste prima, ma riconoscibili, quasi familiari. Avevano un impeto mistico e tenebroso, anzi no, erano rassicuranti, paterne, forse soprannaturali ma di sicuro propiziatorie. Dovevano essere dei segni della divinità solare, visto che da questa erano pur stati suggeriti. O forse erano state le divinità ancestrali, i Padri da cui era originata la genìa del popolo sardo e, prima di loro, della dinastia di Ur, ad averlo illuminato.
Nannìa vedeva le sagome umane così vive e carnali da sembrare eterne o realizzate da una mano adolescente, magari ispirata da un amore inconfessabile.
Le fissò sulla pietra. Ne intuì le dimensioni e ne colse la superficie, ruvida e fredda. Fu perché sognò sotto il sole che trovò conforto nel freddo della pietra.
Si svegliò, con le immagini appena sognate che ancora gli apparivano con vigore, come in un delirio. Mosso dall’intento di fermarle prima che potessero svanire, raggiunse la piana e accorse alla dimora di Ur-Ilbaba, re-pastore del villaggio. Gli rivelò che gli Avi gli avevano ispirato delle immagini in sogno. Si proponeva di incidere le figure sulla pietra così come gli erano apparse: rappresentare l’implorazione avrebbe reso clemente il cielo e propiziato la fine della siccità.
Il re, distrattamente sonnolento, acconsentì con un cenno del capo, quindi bofonchiò un -Fache, fache… (Fai, fai pure…) e si voltò dall’altra parte del giaciglio.
Nann�a si concentrò allora sulla scelta dell’ubicazione…
-Tiu Bustianu saltò questo pezzo-
…Scelse infine le rocce cave delle domus de janas, dove un tempo si compiva il rito del seppellimento. Vide una parete di roccia dove avrebbe potuto comodamente lavorare senza doversi curvare troppo. Intuì il tronco, poi gli arti, aperti nel gesto di prostrazione alle divinità ancestrali. La testa rotonda ed il pene manifestamente raffigurato, come un quinto arto, a rappresentare la fertilità.
Con meraviglia, sgomento, forse anche con sollievo, scoprì, sotto le cicatrici di muschi antichi, la sagoma di una testa esattamente identica a quella da lui sognata e che stava per tracciare. Rimuovendo i detriti si accorse, al chiarore della lucerna, che le figure antropomorfe del suo delirio erano già incise sulla pietra. Qualcuno prima di lui, forse millenni prima, aveva avuto la medesima intuizione e lo aveva anticipato.
Il numero delle figure, la loro disposizione, le dimensioni… tutto, fino al minimo dettaglio, era riprodotto come lui lo aveva intuito. Si era trovato a disseppellire ciò che era sul punto di creare. Pensò che l’anima di chi aveva inciso quei petroglifi ora albergasse nel suo corpo; sentì un brivido ed avvertì l’energia del poderoso demiurgo che lo aveva ispirato nel sonno.

Tiu Bustianu si interruppe e chiuse le palpebre per qualche secondo. Il bicchiere di vino stretto nella mano destra, il sigaro, ormai spento, nella sinistra.
Si scosse, distrattamente sonnolento, e con il tono di chi si sta per congedare fece: -Beh!…
Sbadigliò, posò il bicchiere ed accennò a ritirarsi, mentre il più giovane dell’uditorio insistette per sentire la fine.
-Ello sa fine cheres inténdere? Sa fine fit custa, non bi nd’at àtera de “fine”, no! -Disse quasi schernendolo Tiu Bustianu.
(Vuoi sentire la fine? La fine era questa, non ce n’è altra di fine, no!)
Infine, poggiando sul petto le mani fiere concluse:
-Beh, como nos corcamus…
(Beh, adesso ce ne andiamo a dormire…)
Un sacro torpore sonnolento, analogo a quello che aveva colto Nannìa e Ur-Ilbaba, lo stava sorprendendo.

New York, Ottobre 1995.

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Meskiag-Nannar è il nome del secondo re della prima delle dinastie sumere di Ur; Kudda del terzo re della quarta dinastia di Erech, ma in sardo significa “quella”: fingiamo pertanto fosse una regina. Ur-Ilbaba e Nannìa, i nomi rispettivamente del secondo e del settimo re della quarta dinastia di Kish, anch’essa sumera.
(Leonard C. Wooley: “The Sumerians”. Barnes & Noble Books. New York, 1995


l racconto fa parte della raccolta “Insonnie newyorkesi e altre simulazioni” pubblicato dalla casa editrice “IL MAESTRALE” Nuoro 1998   

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