RECENSIONI Buenos Aires troppo tardi

RECENSIONI VARIE – RASSEGNA STAMPA


LE MONDE DIPLOMATIQUE dicembre 2010

Buenos Aires troppo tardi
di Annalisa Melandri

«Qui l’incerto ieri e l’oggi diverso/mi hanno offerto i comuni casi/di ogni sorte umana; qui i miei passi/ordiscono il loro incalcolabile labirinto…» Cosí lo scrittore e poeta argentino Jorge Luis Borges racconta Buenos Aires. E in quell’ «incalcolabile labirinto» che è la città «eterna come l’acqua e come l’aria», si muove il protagonista di quest’ultimo romanzo dello scrittore cagliaritano Paolo Maccioni, e insieme a lui decine di fantasmi del passato e del presente, che intrecciano storie e follie, evocano fantasie e orrori e lo prendono per mano per mostrare, a lui che ne è completamente ignaro, la storia terribile e mai abbastanza raccontata dell’Argentina.
Eugenio Santucci, lo scrittore sardo protagonista del romanzo, viene inviato nella capitale argentina dalla casa editrice per la quale lavora per scrivere una sorta di guida interattiva culturale e letteraria. E cosí tra le vie evocate da Borges e nei cortili cari al poeta Evaristo Carriego, rivivono antiche suggestioni di una città che non esiste piú. Intanto Eugenio approfitta del suo incarico per rintracciare lontani parenti emigrati in Argentina anni prima e dei quali ha perso le tracce.
Nella mappatura letteraria della città che egli cerca di tracciare e nella ricerca dei parenti perduti, il lettore scopre poco a poco che un unico filo tesse la trama nascosta di quell’incalcolabile labirinto in cui sembrano trasformarsi le giornate di Eugenio. I volti dei parenti scomparsi affiorano pian piano accanto a quelli dei 30mila desaparecidos della dittatura militare, e reclamano un posto nella storia. Prendono forma le storie degli uomini che hanno lottato contro la dittatura e hanno pagato con la vita. Una letteratura parallela a quella per la quale era stato chiamato a lavorare reclama l’attenzione di Eugenio: vicende tragiche di giornalisti e militanti, prima completamente oscure al nostro protagonista; egli rappresenta qui l’uomo comune, colui che non sa o che finge di non sapere quanto accaduto tra il 1976 e il 1983 in Argentina, ma che improvvisamente ne prende coscienza, come accadde del resto allo stesso Borges. «Il letterato chiuso nella sua torre d’avorio cerebrale, che sapevamo indifferente agli orrori della guerra sucia, dunque non era rimasto insensibile alla sorte dei suoi concittadini» pensa Eugenio riferendosi al grande scrittore (che non vinse il Nobel per la sua vicinanza ambigua ad Augusto Pinochet). E tuttavia non basta, il pentimento e la posizione del grande scrittore passano al vaglio della conquistata e severa consapevolezza civile del protagonista. Bisognava denunciare per tempo, non essere ambigui. Il rimprovero che Eugenio fa a Borges sembra essere quello che fa a se stesso.
E così egli non riesce più a seguire le suggestioni puramente letterarie che il suo incarico richiede, le strade, i caffè e i palazzi non gli evocano più soltanto passi di romanzi o versi di poesie. Un fantasma che pian piano prende le sembianze di Rodolfo Walsh (lo scrittore e giornalista desaparecido dal 25 marzo 1977 dopo aver reso pubblica la sua Lettera aperta alla Giunta militare) traccerà i contorni di un paese che allora era diventato come «un’immensa trappola e [in cui] la popolazione sopravviveva oppressa dal terrore e dalla mancanza di informazione».
Il passato emerge, spinge Eugenio a cercare i segreti custoditi dal pudore e dal dolore. Le ferite di Buenos Aires e dell’Argentina non si sono mai rimarginate, troppo sangue è stato versato nel silenzio complice della comunità internazionale e della chiesa cattolica. Eugenio sente adesso sulle spalle il peso di una responsabilità collettiva enorme ma l’essere arrivato tardi non avviene invano: i labirinti borgesiani per una volta lasceranno il posto alle storie e ai romanzi di Rodolfo Walsh, a quelli di Haroldo Conti, alla storia terribile delle suore francesi Alice Domon e Léonie Duquet, e a quelle di tanti altri uomini e donne torturati, uccisi, fatti sparire con una ferocia inaudita.
Perché bisogna saperla conoscere e riconoscere la storia. Da qualche parte nel mondo, un altro generale Videla può ripetere quegli orrori. Paolo Maccioni raccoglie quindi il testimone che Rodolfo Walsh gli consegna idealmente alla fine del romanzo.

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Carmilla online dicembre, 2011

Argentinazo 17: l’Argentina vista dagli italiani Paolo Maccioni, Buenos Aires troppo tardi, Cagliari, Arkadia, 2010, 16 euro

di Alberto Prunetti

Un giornalista, Eugenio Santucci, arriva a Buenos Aires per scrivere una guida letteraria della città ma precipita nella storia della dittatura argentina. Comincia così il bel libro di Paolo Maccioni, che finisce per scriverla davvero, la guida, in un intrigante mix di generi tra autofiction, saggio storico, biografia, guida letteraria e romanzo. La guida c’è perché la metropoli rioplatense emerge con la sua topografia di esquinas e di avenidas, di conventillos e di caffè storici: il Mercado de Abasto caro a Gardel, le luci di Corrientes, il caffé La Paz frequentato da Soriano, El Gato Negro con la sua vetrina piena di spezie, la Placita Cortázar nella Palermo glamour della vita notturna, villa Freud e le villas miserias, i platani e le jacarandas, il cimitero monumentale di Recoleta e l’atmosfera criolla della Feria de Mataderos.
Ma l’intreccio romanzato conduce il giornalista Santucci a incontrare amori e storie insanguinate dell’ultima dittatura militare. Comincia un horror tour tra la storia di Oesterheld, l’autore dell’Eternauta, la triste e commovente vicenda dello scrittore Haroldo Conti e quella di Paco Urondo, che si uccise con una pastiglia di cianuro, la visita alla casa delle Madres e la loro libreria militante. E poi la storia universale dell’infamia: Borges che ringrazia i dittatori e Pio Laghi, nunzio apostolico che gioca a tennis col macellaio Videla. La croce e la spada, i sommersi e i salvati, i carnefici e gli assenti.
E lo scrittore desaparecido Rofolfo Walsh (di cui di recente La nuova frontiera ha ripubblicato il suo capolavoro, Operazione massacro), che ritorna in vita in una allucinazione onirica per ricostruire la propria biografia e quella di una generazione, un Virgilio portegno che si racconta a Santucci: la storia del peronismo tra istituzioni e esilio, tra destra e sinistra, tra guerriglia e sindacalismo; la strage di Ezeiza progettata dal Brujo López Rega e i Montoneros.
Vicende che assieme costruiscono la Storia con la esse maiuscola, quella che ha strappato agli scacchi Rodolfo Walsh, l’uomo che arrivava prima della Cia (come lo ha ribattezzato García Márquez), il giornalista che fece parte dell’agenzia Prensa Latina, che senza saper niente di crittografia si comprò un manuale di enigmistica e decifrò un cablogramma col quale sventò un piano yanqui di invasione di Cuba. Pagine umane e storiche che strappano il traduttore, correttore di bozze e giallista alla letteratura e lo consacrano a un “violento ufficio”: l’entrata in clandestinità, la “Lettera aperta alla giunta militare” – tra le pagine più belle mai scritte contro il potere – spedita ai suoi carnefici il giorno prima di essere accerchiato da un gruppo di sequestratori di stato, a cui resistette fino alla fine con in pugno un revolver Walther PPK calibro 22. Il sequestrato numero 26.001, morto senza essersi fatto torturare, rivive oggi nelle pagine del libro di Maccioni.

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Casa Lettrice Malicuvata, 31 ottobre 2011

Buenos Aires troppo tardi
di Simone Belfiori

Che non ci fosse solo l’Argentina del tango e di tutto ciò che di esotico ci ammalia mediaticamente da decenni lo sapevo già, per fortuna. Però c’è anche quella, come mi ha ricordato Paolo Maccioni durante la presentazione del suo “Buenos Aires troppo tardi”. Perché esiste sicuramente una bella Argentina, la cui capitale ne è paradigma, fatta di musica e passione, non solo quella della carne e non solo per modo di dire. La passione nei luoghi e nella storia, nelle sue vie e nelle sue mura. Tutto questo per stemperare l’umore plumbeo in cui ci si immerge quando si racconta di un paese dal passato duro. C’è un qualcosa per cui scopriamo una realtà sempre troppo tardi. Così è l’Argentina, e così sono tante argentine ovunque nel mondo. Un po’ per poca curiosità, un po’ perché va così e non può essere altrimenti forse. Troppo tardi per conoscere le vicende di storie politiche travagliate, di dolori patiti da popoli e comunità, se non attraverso la cronaca, se e quando c’è beninteso, ed al sensazionalismo che invece non manca mai. Così sapere dei desaparecidos – eccerto che lo sappiamo, diamine – diventa una delle tante cose che “sappiamo”, e ciò ci duole. Come ci duole dell’apartheid, di Pol Pot, del Bloody Sunday e di un sacco di misfatti. Però sai, leggere su un libro di un’Argentina vera – perché vera è – fa un altro effetto, quello che dovremmo provare con la cronaca che fugge e va, dura il tempo di un sms o di uno spot pubblicitario. E la letteratura fa quello che deve fare, ovvero raccontare, e poco importano i decennali dibattiti dei critici sulla sua funzione. Letteratura come finzione, evasione, impegno o quel che volete. Anche i grandi classici ci raccontano di un Argentina che non c’è più, o che magari in qualche caso nemmeno c’è mai stata. Forse anche Paolo Maccioni ha pensato la stessa cosa, e così Eugenio Santucci, il protagonista/alter-ego dell’autore in questo affresco di un paese. E così veniamo travolti in un condensato di storia più che trentennale, di vicende, date e nomi che in quanto “storia”, arriva evidentemente troppo tardi. E conosciamo Rodolfo Walsh, che per voi sarà familiare (non ci giurerei) ma io non lo conoscevo. La figura di un giornalista/scrittore che oggi definiremo di “denuncia” (definizione la cui necessità è già molto triste di per sé) ma non rende nemmeno l’idea. Perché tutto sommato abbiamo perso anche la sola idea di giornalismo. Giornalismo è diffondere quello che qualcuno non vuole che si sappia, il resto è propaganda, scriveva Horacio Verbitsky. Nessuna colpa per tutto questo; il senso di colpa non mi “appartiene” per quanto riguarda la storia, anche se oggi è politicamente corretto provarla. Ma la miccia della curiosità va continuamente ravvivata; in questo, imbattersi in libri come quello in questione è decisamente salutare. Eugenio Santucci ci porta a Buenos Aires con un intento, il suo intento, quello di lavorare ad una guida multimediale che accompagni il turista-lettore appassionato attraverso i luoghi della sua memoria cartacea. Guarda, quello all’angolo è il famoso Cafè citato da Borges, e via discorrendo. Ma il suo soggiorno è un progressivo disvelamento di quel tardi, e di una storia vera. C’è il tempo di una passione tipicamente latina che ci sembra di vivere con lui, il gusto dell’acquavite andina e della notte ammaliante, il suono del jazz e il brusio dei locali. E una sottile linea rossa lungo tutte le pagine, retta da un incontro destabilizzante e quasi onirico che prende per mano (non troppo delicatamente) il Santucci e cambia la sua immagine dell’Argentina. Sì, ci sono cascato nello stratagemma letterario: Santucci ero un po’ anche io. Ad ogni modo, leggetelo, che vi fa bene.

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Forumlibri, 27 febbraio 2011

Maccioni, Paolo – Buenos Aires troppo tardi
postato da Alessandra

Eugenio Santucci, incaricato da una casa editrice di creare una guida innovativa della città di Buenos Aires, si accinge a visitare i luoghi evocati dalla letteratura. L’incontro con l’affascinante responsabile della casa editrice di riferimento e la quasi contemporanea irruzione nella propria vita di un improbabile personaggio, presentatosi come il signor Daniel Hernández, insinuano nella mente di Eugenio il pensiero che qualcosa stia sfuggendo al suo controllo. A distogliere il protagonista dal suo obiettivo iniziale sarà proprio il presunto signor Hernández che, con precisione giornalistica e con fare misterioso, guiderà Eugenio nei meandri più oscuri della storia di una città che, dietro un’apparente tranquillità, nasconde un passato agghiacciante e una verità mai del tutto svelata.

La trama di questo romanzo parrebbe più che altro un pretesto per portare all’attenzione del lettore gli avvenimenti più drammatici che hanno segnato la storia di Buenos Aires e dell’Argentina. ll mentore argentino di Santucci sarà una sorta di fantasma avente le vaghe sembianze di Rodolfo Walsh, scrittore di libri gialli militante nel movimento dei Montoneros – organizzazione della sinistra peronista – e ucciso per aver denunciato i crimini della dittatura argentina, descrivendo l’uso estremo della tortura e compilando liste di morti e desaparecidos. Grazie a lui il protagonista, scordando il motivo iniziale del suo viaggio a Buenos Aires, acquisterà una sempre maggiore consapevolezza riguardo agli avvenimenti più drammatici di un Paese di cui si sa sempre troppo poco. Il susseguirsi dei golpe e la ferocia delle dittature, il dramma dei desaparecidos, i centri di tortura, l’imbavagliamento della stampa e la soppressione immediata di qualunque voce fuori dal coro, las villas miserias, il declino economico e i suoi retroscena, il tutto viene riportato con dovizia di particolari quasi come in un reportage ma, almeno fino ad un certo punto del libro, in modo confusionario poichè privo di ordine cronologico, quasi a voler sottolineare la difficoltà di prendere atto di una storia ricca di contraddizioni e di individuarne i contorni.
Leggerlo può rappresentare un piccolissimo passo verso la consapevolezza.

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GraphoMania, webzine di Graphe.it Edizioni, 28 gennaio 2011

Buenos Aires troppo tardi, di Paolo Maccioni
di Roberto Fantini

L’architettura narrativa costruita da Paolo Maccioni, sulla base di un’ampia e ben documentata rosa di informazioni, è chiaramente finalizzata a raccontarci una certa e ben determinata storia.
La storia dolorosa, cioè, dell’Argentina umiliata, mutilata, fatta a pezzi da uno dei regimi militari più spietati della seconda metà del XX secolo.
La storia di coloro che, in un modo o nell’altro, si sono schierati dalla parte di chi affermava che “terrorista non è solo colui che tira una bomba o possiede una pistola, ma anche colui che diffonde idee contrarie alla civiltà cristiana occidentale” (parole di J.R.Videla, opportunamente riportate proprio in apertura del testo).
La storia di coloro che hanno sequestrato, torturato e ucciso.
La storia di quelli che hanno incoraggiato, sostenuto e coperto tutto questo.
La storia di coloro che hanno preferito rifugiarsi nel “Qualcosa avranno fatto”, in quella formula odiosa, cioè, tanto efficace nell’acquietare ogni anima, nel tacitare ogni dubbio, nel dissolvere ogni rimorso.
La storia delle alte autorità cattoliche che hanno benedetto, immergendole nelle acquasantiere, coscienze e mani insanguinate.
La storia dell’arcivescovo Adolfo Tortolo (presidente della Conferenza Episcopale e capo dei cappellani militari) che, a poche ore dal golpe del 24 marzo 1976, riceveva i macellai Videla e Massera, assicurando il proprio appoggio.
La storia del Nunzio apostolico Pio Laghi (nominato cardinale da Giovanni Paolo II nel 1991, Presidente del Pontificio Oratorio di San Pietro e Prefetto della Congregazione per l’Educazione Cattolica fino al novembre 1999), compagno di tennis preferito dell’ammiraglio assassino Emilio Massera (tessera 478 della Loggia P2), il quale legittimò l’uso delle forze armate, in nome del “dovere primario di amare Dio e la Patria” in pericolo, al fine di ostacolare l’”invasione di idee che mettono a repentaglio i valori fondamentali” (p. 105).
Ma è anche la storia di quei 30.000 desaparecidos, vittime dei sequestri, degli stupri, delle torture scientificamente studiate e applicate, miranti all’annientamento morale più ancora che a quello fisico. Nonché delle violenze subite dai loro familiari, della loro angoscia e della loro impotenza.
È la storia di coloro che hanno pagato con la loro stessa vita la scelta di schierarsi dalla parte delle vittime.
È la storia del vescovo Carlos Ponce de León e del vescovo Angelelli (il cosiddetto “vescovo rosso”) entrambi morti in incidenti stradali più che sospetti.
È la storia delle due suore francesi e dei cinque sacerdoti Pallottini uccisi perché colpevoli di “aver indottrinato menti vergini” (p. 145).
Ma è la storia, soprattutto, di Rodolfo Walsh, l’intellettuale coraggioso che, con la sua “Lettera aperta alla Giunta militare” (scritta “senza speranza di essere ascoltato, con la certezza di essere perseguitato”, in nome dell’impegno “assunto da molto tempo di dare testimonianza nei momenti difficili”), osò accusare apertamente i militari golpisti, facendo dei loro crimini una descrizione accurata ed accorata, e individuandone lucidamente le cause profonde all’interno del grande gioco degli interessi economici nazionali e internazionali.
Buenos Aires troppo tardi è senza dubbio un libro nato dal desiderio di esortare a non voltarsi dall’altra parte, ad impedire che la storia “ci scorra addosso trovandoci inermi, distratti, o peggio ancora ingannati” (p.1 83). Un libro scritto per esortarci ad impedire che altri vengano a sottrarci la nostra libertà e la nostra vita, in nome “della difesa di Dio o della Patria”, o di qualche altro ingannevole feticcio.
Paolo Maccioni, Buenos Aires troppo tardi. Arkadia, Cagliari 2010

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Casa Lettrice Malicuvata, 30 marzo 2011

Buenos Aires troppo tardi
di Lorenzo Mari

Un romanzo dedicato a un luogo straniero che si ama (o che si odia) con intensità, a un posto e a una storia di cui si è conosciuta sulla pelle la contraddittoria complessità, nasce spesso dal rifiuto delle semplificazioni che operano in una guida turistica (pure, un genere di scrittura molto più redditizio…) e apre di necessità al viaggio, alla scoperta, alla delineazione di coordinate storiche, geografiche, letterarie, culturali sicuramente meno visibili, ma forse molto più profonde.
Eppure, in un viaggio privo di guida turistica queste coordinate possono facilmente essere smarrite… Ed ecco che con straordinario acume Paolo Maccioni, autore di “Buenos Aires troppo tardi” (Arkadia, 2010), coglie tutti questi punti e li mette insieme, ritraendo il cammino disorientato, e disorientante, di uno scrittore italiano intenzionato a scrivere una guida letteraria di Buenos Aires, il quale, una volta arrivato nella capitale argentina, è attratto da una serie di percorsi diversi e divergenti, che lo portano – ottemperando a uno dei bisogni principali del viaggiatore – a conoscere meglio se stesso, sfiorando la felicità, ma anche la frustrazione, la disperazione e la follia.
Maccioni scrive di questa differenza fondamentale, nell’esperienza dell’uomo-in-viaggio, con piglio sicuro e con soluzioni creative spesso magistrali, mantenendo una qualità di scrittura molto alta, che non si esplica tanto nell’esplicita meta-letterarietà del racconto di uno scrittore che vuole scrivere una guida letteraria di un luogo e si fa guidare, in questo suo percorso, dal fantasma di uno scrittore molto importante che c’è vissuto (e morto, assassinato dalla dittatura), Rodolfo Walsh – secondo un gioco di livelli ribadito un po’ surrettiziamente anche nel finale del romanzo – quanto piuttosto nell’attenzione sincera e autentica a ogni elemento della narrazione. Grazie a una passione che non è mai solo esterofilia, ma che sa condensarsi in parole lucide e precise – nella consapevolezza, cioè, che qualsiasi “discorso innamorato” non può permettersi di possedere pienamente l’oggetto della propria passione, pena la sua reificazione e il suo annichilimento.
E dunque “Buenos Aires troppo tardi” è un libro che si dirige sicuramente anche ai non “argentinofili”, non tanto per fornire loro una serie di conoscenze – a volte anche troppo enciclopediche, o, per contro, didascaliche – sull’Argentina, ma per riconoscere il percorso di una storia culturale transnazionale che ha segnato, e intrecciato, le storie di Italia e Argentina – come si potrebbe dire anche di molte altre storie, letterature e culture, mai monolitiche…
Libro necessario, dunque, per sondare i limiti della scoperta, di ciò che si chiama “Argentina”, ma non è mai solo l’Argentina, di qualsiasi cosa, per saper viaggiare, iniziando dal viaggio del pensiero.

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CorriereInformazione, martedì 18 gennaio 2011

La vera Buenos Aires, raccontata da Maccioni in “Buenos Aires troppo tardi”
di Lidia Ianuario

Una vita tranquilla, quella di Eugenio Santucci, fin quando, approdando a Buenos Aires per la stesura di una guida, si imbatte in una realtà diversa. È questa, in estrema sintesi, la trama del capolavoro letterario di Paolo Maccioni, “Buenos Aires troppo tardi” – Collana Narratori Eclypse 10, Arkadia Editore, sezione narrativa.
Un romanzo che risente notevolmente dell’influsso giornalistico del suo autore, nonché della sua capacità dialettica, dovuta anche alla sua esperienza di speaker radiofonico e conduttore di programmi radio. Un andare tra le vie, i palazzi, le strade di una città che sembra sconosciuta, celata, non completamente capita se a scoprirla fosse un viandante che non abbia voglia di soffermarsi su quelle che sono le origini storiche di una Nazione. I colori di Buenos Aires sono sbiaditi, se non si accetta di immergersi in un substrato culturale che ammalierà il protagonista, Eugenio Santucci: da semplice Italiano alle tracce delle origini della sua famiglia, di cui uno zio è vissuto lì, e inviato da una casa editrice per un lavoro ordinario egli finirà, successivamente, col volere portare alla luce la politica atroce che ha coinvolto intere popolazioni.
Pur non mancando l’intreccio amoroso, in particolare tra Eugenio e Silvina Zandoni, si percepisce come l’introduzione di tale personaggio, come quello di Rodolfo Walsh, scrittore di cui Maccioni traduce in Italiano un’opera di quest’ultimo, “Gli uffici terrestri (Los officios terrestres)”, è soltanto un pretesto per raffigurare altro. Ciò che colpisce maggiormente di tale opera, è la puntualità della ricerca effettuata, nonché la cura di particolari, non rincuora affermarlo, a cui molti scrittori fanno poca attenzione: le note di correzione di eventuali errori ortografici e la postfazione, a cura dello stesso Maccioni, ne sono un emblematico esempio. Cosa trasmette al lettore Buenos Aires? Diverse sono le emozioni offerte o le reazioni che lo stesso può avere: un testo scorrevole, benché pregno di riferimenti storici, per chi voglia semplicemente trascorrere delle piacevoli ore, senza leggere banalità; una ricerca storica, per chi voglia invece approfondire varie tematiche, quali: la dittatura, il rapporto tra peronismo e monteronismo; un’inchiesta, quasi, per studiosi di temi politico-istituzionali; un viaggio nella cultura di un Paese, per chi ama associare al suo amore per il turismo quello per la scoperta di nuovi, affascinanti, mondi.
Il romanzo è reso ancora più affascinante grazie al modificarsi dello stile narrativo, con l’ultimo capitolo, in cui il protagonista intervista l’unico sopravvissuto a Buenos Aires, Gabriele Martin, in merito ai fatti precedentemente esposti. Parole abilmente messe l’una dietro l’altro, a ricreare e far vivere una realtà che, solo se vissuta, può essere pienamente compresa. Intenso, estremamente reale, ma umano, come lo era Rodolfo Walsh, con le cui parole si chiude il testo, riportate fedelmente, per sottolinearne la scelta anche grafica. “SENZA SPERANZA DI ESSERE ASCOLTATO, CON LA CERTEZZA DI ESSERE PERSEGUITATO, PERÒ FEDELE ALL’IMPEGNO CHE HO ASSUNTO DA MOLTO TEMPO DI DARE TESTIMONIANZA NEI MOMENTI DIFFICILI”.

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LA NUOVA SARDEGNA, Lunedì 22 novembre 2010

Il resoconto nel libro di Paolo Maccioni «Buenos Aires troppo tardi»
L’incubo del golpe in Argentina attraverso gli occhi di Eugenio

di Andrea Massidda

Eugenio Santucci, sardo poco più che trentenne, arriva a Buenos Aires grazie a una casa editrice che gli ha commissionato una guida interattiva che racconti i luoghi letterari della capitale argentina.
Il materiale a sua disposizione è strabordante: ogni angolo della città rievoca qualche passo narrativo di autori come Borges o Soriano, tanto per citare i più celebri. Ogni bar porta o rimanda a qualche tango o avvenimento. Eppure il protagonista di «Buenos Aires troppo tardi», terzo e ultimo romanzo dello scrittore cagliaritano Paolo Maccioni (edito stavolta dall’editore Arkadia) pian piano si rende conto che la letteratura da lui amata non è sufficiente per riportare in modo esaustivo le vicende di quell’enorme Paese che negli anni Cinquanta fu tra i più prosperi al mondo.
La sua bibliografia, infatti, non arriva a toccare la «dictadura» che insanguinò l’Argentina tra la  metà degli anni Settanta e i primi anni Ottanta del secolo scorso. Vuoi perché alcuni autori di rilievo scelsero il silenzio, vuoi perché gli scrittori e i giornalisti che tentarono di denunciare l’atroce repressione finirono nelle grinfie degli squadroni della morte.
E’ il caso di Rodolfo Walsh, sequestrato, torturato e fatto sparire nel 1977 dopo un esplicito «j’accuse», ma che tuttavia nel romanzo di Maccioni diventa una sorta di mentore che fa scoprire il dramma a Eugenio. Quasi un fantasma cui lo scrittore cagliaritano riesce a conferire «l’aparicion con vida», per usare l’espressione con la quale le Madres di Plaza de Mayo rivendicavano davanti alla Casa Rosada, sede del governo, i corpi dei loro figli.
In Argentina l’incubo incominciò il 24 marzo del 1976, quando, con un colpo di stato non esattamente imprevisto l’esercito al soldo del generale Jorge Rafael Videla depose il governo populista di Isabelita Peron. Fu una delle dittature più feroci che si ricordino: l’intero Paese era presidiato da militari addestrati a ogni nefandezza. Una volta al potere il triumvirato Videla-Massera-Agosti si affrettò a emanare una serie di leggi liberticide. E  presto iniziò l’eliminazione degli oppositori. Trentamila martiri a causa del loro impegno sociale e civile. Proprio quando l’Argentina ospitava (e vinceva) i Mondiali di calcio del `78 in tutto il Paese si facevano sempre più insistenti le voci sulle scariche di corrente elettrica, sull’uso diabolico delle tenaglie, sugli stupri continui anche delle donne incinte. Pochi ebbero il coraggio di parlare, altri furono complici.  Nell’ ’83, dopo la disfatta nelle Isole Falkland, i militari persero ogni credibilità e dovettero andarsene. «Vi renderete conto che abbiamo fatto cose peggiori dei nazisti», ha poi detto un ufficiale dell’Aeronautica durante una confessione.
Maccioni – che attraverso il personaggio Eugenio racconta di fatto la sua vecchia esperienza di viaggio – mostra tutto lo sgomento possibile per quegli avvenimenti che rischiavano di sfuggirgli. Esprime senza farne mistero la frustrazione provata in un suo reale viaggio in Argentina. Insomma, senza rivelare troppi dettagli del romanzo si può dire che scopre con orrendo stupore l’esistenza della famigerata Esma, la Scuola superiore di meccanica della Marina, dove si consumarono atroci delitti. Ma fa in tempo anche a invaghirsi di Silvina, donna colta e intrigante, che – proprio come Buenos Aires – lo seduce senza concedersi mai sino in fondo.

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L’UNIONE SARDA, 20 ottobre 2010

Buenos Aires troppo tardi
L’Argentina dei golpe, il mondo chiuse gli occhi

Carlo Figari

Il mondo si è accorto troppo tardi di ciò che stava accadendo in Argentina a metà degli anni Settanta. O forse non ha voluto vedere sino a quando, con il processo alla giunta golpista, è venuta fuori la tragica realtà di trentamila desaparecidos. Era il 1983, dopo la guerra delle Malvinas che aveva messo fine al regime di terrore dei militari guidati dai generali Videla e Galtieri. Troppo tardi per salvare i prigionieri sequestrati e spariti nelle carceri clandestine, troppo tardi per indignarsi e per denunciare gli assassini in divisa. Persino il partito comunista, mai dichiarato illegale mentre nel contempo si perseguitavano tutti gli oppositori di sinistra, non protestò contro i repressori che facevano affari con Mosca: in Russia finivano le navi cariche di grano e carne argentina. Il generale Videla, anche per i comunisti europei, rappresentava la faccia “pulita” dei regimi militari che, con l’aiuto della Cia americana, governavano in tutto il Sud America. Il golpista cattivo era il vicino cileno Pinochet che aveva riempito gli stadi di oppositori davanti alle televisioni di tutto il mondo.
GENOCIDIO
Videla, invece, aveva messo in atto un genocidio silenzioso organizzando una perfetta macchina della morte: le squadre di militari in abiti civili, soprattutto di notte, prelevavano le vittime, le caricavano sulle auto Falcon senza targa e le trasportavano nelle carceri clandestine (oltre 200 sparse nel paese). Qui i prigionieri venivano torturati, costretti a fare i nomi di altri possibili dissidenti (ma molti pur di far cessare le sevizie erano pronti a dire qualsiasi cosa). Ultima tappa del calvario l’uccisione: fucilati o gettati vivi nell’Oceano dagli aerei. Dal momento del sequestro di loro non si sapeva più nulla: desaparecidos. «Prima uccideremo tutti i sovversivi, poi i loro collaboratori, quindi gli indifferenti, ed infine i timorosi» disse il generale Ibèrico Manuel Saint Jean. Tutto un programma. Ma gli stessi argentini in gran parte preferivano far finta di niente, tapparsi gli occhi. Alla notizia di una sparizione la gente dubitava: «Algo serà, qualcosa avrà fatto».
LA STORIA
Ma la tragedia argentina non è durata solo l’arco della dittatura di Videla (1976-1982). Inizia già nel 1955 con la caduta del generale-presidente Peròn e, golpe dopo golpe, continua senza soluzione di continuità con l’alternanza di militari al governo. La democrazia arriverà, a fatica, solo con Raul Alfonsìn e stenterà sino ai primi del Duemila dopo anni di sofferenze e di drastici interventi economici per rimettere in piedi un paese svuotato, rapinato e insanguinato da mezzo secolo di dittatura. La storia tormentata e tragica del paese sudamericano, così vicino agli italiani per cultura e tradizioni, scorre palpitante nelle pagine di Buenos Aires troppo tardi ultimo romanzo di Paolo Maccioni, cinquantenne (!) scrittore cagliaritano con la passione per l’Argentina. Un amore folgorante, dieci anni fa, dopo un incontro con un libro che raccontava dei sardi e degli italiani desaparecidos (una decina gli emigrati sardi) e con il bel romanzo di Massimo Carlotto Le irregolari . «Sino ad allora in Italia non c’erano pubblicazioni sui desaparecidos, si sapeva poco o niente», racconta Maccioni.
VIAGGIO LETTERARIO
Colpito allo stomaco e preso in modo viscerale da questa vicenda così vicina nel tempo e lontana nel luogo, si getta a capofitto nella letteratura argentina, quasi tutta in lingua spagnola perché, a parte qualche classico come Borges e Soriano, in libreria si trovava poco. E quindi i viaggi a Buenos Aires per vedere i luoghi che si ritroveranno nel romanzo. Buenos Aires troppo tardi (229 pagine, 16 euro) edito dalla nuova casa editrice cagliaritana Arkadia che sta puntando con coraggio su libri di argomenti oltre i confini isolani, è un viaggio di scoperta. Un viaggio geografico, ma anche sentimentale nell’anima dell’autore. C’è un protagonista, il giovane scrittore sardo Eugenio Santucci, che si reca in Argentina per realizzare una guida multimediale basata sui luoghi citati nei libri. Una sorta di percorso letterario attraverso Borges, Angel Bonomini, Cortazar, Puig, De Benedetto, Sabato, Soriano, Boioy Casares, l’uruguagio Galeano, il grande disegnatore di comics Oesterheld (l’autore de L’Eternauta, anche lui desaparecido), che nei loro romanzi gli svelano una metropoli nascosta, sconvolgente, multietnica, romantica, affascinante. E tragica.
WALSH
Ma è soprattutto la scoperta di un altro grande scrittore e giornalista Rodolfo Walsh: le quattro figlie desaparecidas e nel 1977 lui stesso ferito a morte in un conflitto a fuoco mentre tentavano di sequestrarlo e poi sparito in un campo clandestino dove il suo cadevere fu esposto per terrorizzare i prigionieri. Il giovane Eugenio nel suo appartamento in affitto vede materializzarsi un personaggio che cambierà nome lungo il racconto, proprio come fu costretto Walsh per nascondersi dagli aguzzini. La bella copertina, da una foto scattata dallo stesso Maccioni, mostra una scultura di cartapesta che rappresenta Walsh affacciato alla finestra di una casa che dà su una piazzetta oggi a lui intitolata. La conoscenza di un autore come Walsh, giornalista coraggioso, poi giallista e romanziere che nei suoi scritti sino all’ultimo denunciò i soprusi e la violenza del potere militare, spinge Maccioni a scavare nella letteratura argentina con una voracità insaziabile.
INFERNO
Per il giovane Santucci, arrivato a Buenos Aires anche per trovare i suoi familiari emigrati, Walsh diventa una sorta di Virgilio che lo guida nei gironi dell’inferno argentino. Il romanzo riesce nell’impresa di essere una storia affascinante, dove non mancano gli amori e le passioni per le ragazze portene, ma nel contempo riassume in modo quasi didascalico mezzo secolo di storia argentina. Da Peròn alla crisi economica che ha lasciato più di metà degli argentini sotto la soglia della povertà. «Buenos Aires traspare con la sua forte personalità che non si confonde con le altre capitali, una sorta d’Italia a rovescio che trasuda in ogni angolo di letteratura e tango», sottolinea Maccioni.
BORGES
La storia argentina è molto complessa e contradditoria, difficile non solo da capire, ma da afferrare: il libro offre una chiave per penetrare nella realtà di questa metropoli e di questo paese. Alla fine viene la voglia di ricercare i romanzi di questi scrittori in Italia poco noti e pubblicati, a partire da Walsh ( Variazioni in rosso e Operazione massacro sono editi da Sellerio). Il romanzo di Maccioni si basa su un’architettura narrativa ben riuscita, la trama si intreccia per riannodarsi in una logica ciclicità che consente al lettore di non perdere mai la strada del racconto. Le tante metafore si possono riassumere in una: la cecità del più grande scrittore, Jorge Luis Borges, diventa la cecità della letteratura argentina che non è riuscita a trasmettere la tragedia prima che fosse troppo tardi. Lo stesso Borges subito dopo il golpe incontrò Videla con parole di augurio: esempio massimo dell’incapacità di vedere cosa sarebbe accaduto.

One Response to “RECENSIONI Buenos Aires troppo tardi”

  1. Paolo maccioni says:

    Sul blog http://www.flumini.blogspot.com ho commentato il libro. Con i migliori complimenti Paolo Maccioni

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