LA LEGGENDA DEI PETROGLIFI

Da ube no si torrat ses benidu,
né ischis cando torras a partire.
[Antioco Casula “Montanaru”- “A s’òmine”]

Nel corso di un prolungato soggiorno in Sardegna, il celebre romanziere e poeta inglese David Herbert Lawrence udì e fece propria un’antica leggenda sull’origine dei graffiti rupestri sardi. La sua traduzione in inglese comparve fra i manoscritti di “Sea and Sardinia”, ma non nell’edizione del volume che Lawrence pubblicò nel 1921.
Apprendo senza sorpresa che la versione in italiano venne tradotta da quella in inglese anziché dall’originale in sardo:

Nel villaggio di Ur un ragazzino si distingueva fra i suoi coetanei. Il suo nome era Meskiag-Nannar, o più semplicemente Nannar; era longilineo, più alto della media e singolarmente silenzioso. Nessuno scagliava i sassi e sputava più lontano di lui.
Una mattina d’estate, la sua curiosità lo spinse ad avventurarsi in una domu de jana. All’interno vi era fresco, umido ed una penombra di incanto e di timore. Nannar volle toccare con la propria mano la superficie fredda e ruvida della roccia; quindi, mosso da un impulso incontrollabile, prese a tracciare con una pietra appuntita un tratto di figura umana con le braccia aperte.
Tornò in quella roccia cava più volte, deciso a completare la figura ed a rifinirla. Le aggiunse gli arti inferiori e l’organo sessuale. In seguito incise altre figure simili.

petroglifi
Petroglifi antropomorfi (modificati): A) Tomba Branca, Cherémule (SS), B) Sas Concas, Onifèri (NU). Eneolitico (2.600 – 1.800 a.C.)

In un angolo descrisse due figure intrecciate, che rese sul piano parevano una sopra l’altra; le gambe dell’una, infatti, erano il prolungamento delle braccia dell’altra. La figura inferiore di quell’intimo intreccio doveva rappresentare sé stesso: l’organo sessuale in manifesta erezione, che già la pubertà gli sconvolgeva gli istinti e presto anche lui avrebbe compiuto il magico rituale dell’accoppiamento. La figura superiore doveva essere una femmina qualsiasi, oppure una in particolare. Magari Kudda, la ragazza del villaggio che cominciava a tormentare il suo desiderio palpitante.
Tracciò poi tre figure collegate fra loro; una più piccola delle altre due. Rappresentavano sé stesso con i suoi genitori, o forse la famiglia cui avrebbe dato luogo con la ragazza dei suoi desideri. Sulla parete opposta incise un laborioso reticolo di sagome riccamente intrecciate, sicuramente simboleggianti l’intera comunità del villaggio, che sembravano osservare ed approvare compiaciute l’intreccio delle due figure accoppiate nell’abbraccio.
Quel lavoro impegnativo e segreto non fu scoperto da nessuno; i suoi ritiri nella domu de jana non insospettirono poiché Nannar era solito appartarsi e la sua indole taciturna era conosciuta.
Tornò nella grotta con un amico; gli suggerì di nascondersi con lui là dentro per riparare dalla caccia dei compagni di giochi: usavano dividersi in cacciatori e prede e si sparpagliavano a turno per la valle. Il gioco poteva durare un’intera giornata. Quella volta gli era toccato fare le prede e nell’attesa ebbero a scoprire quelle magiche figure. Nannar simulò la scoperta con il suo coetaneo, che provò un brivido, ed anche Nannar, pur nella simulazione, avvertì una scossa. Quando sopraggiunsero gli amici, che ormai avevano scoperto il loro nascondiglio, il gioco della caccia si interruppe. Tutti parteciparono all’incanto di quella scoperta.
Vennero poi condotti gli adulti ad ammirare quegli uomini raffigurati nella pietra della grotta. Gli anziani del villaggio attribuirono a quei misteriosi segni un significato magico e sostennero che dovevano essere stati incisi dagli avi in tempi antichi per propiziare gli spiriti, affinché assicurassero fertilità, prole sana e coesione della comunità. Quella scoperta casuale dei ragazzi aveva rinnovato l’auspicio presso gli spiriti e gli anziani fecero previsioni di giorni fausti a venire. Nessun omicidio si sarebbe consumato presso le famiglie della comunità, nessuna rivalità si sarebbe accesa nel villaggio, nessuna gravida avrebbe dato alla luce prole deforme.
Meskiag-Nannar non rivelò mai di essere l’autore di quei disegni. Mai avrebbe potuto confessare che quei simboli non provenivano dagli auspici dei Nobili Padri, ma dalla sua mano adolescente. La sua riservatezza avrebbe celato il proprio animo trepidante innamorato di Kudda, che gli aveva ispirato la raffigurazione dell’unione con lei.
Quell’amore era inconfessabile ed infatti Meskiag-Nannar non lo confessò.

Aleggia sull’origine dei petroglifi antropomorfi sardi un’altra misconosciuta leggenda, forse coeva della precedente. Secondo il glottologo Michael S. Hughes, appassionato di linguistica sarda, la prima e la seconda leggenda facevano parte di un’unica leggenda originaria che le conteneva entrambe e che poi, nella tradizione orale attraverso le generazioni, si sarebbe divisa accidentalmente. La prima delle due cellule ebbe più fortuna della seconda.
Nella versione che le vedeva insieme, le due leggende erano probabilmente concatenate e la seconda doveva essere la continuazione logica e temporale della prima. Un frammento di mezzo, andato perduto, avrebbe accennato all’oblio nel quale caddero per lungo tempo i petroglifi.
Al contrario, la tesi più accreditata (G. Lilliu, “Ichnussa”, 1979) nega ogni legame fra le due leggende ed attribuisce la prima all’origine dei petroglifi antropomorfi di Tomba Branca, in località Moseddu, Cherémule (SS).
La seconda leggenda sarebbe invece relativa ai petroglifi reperiti in località Sas Concas, Onifèri (NU).

Essa fu udita dinanzi a un caminetto dal racconto di Tiu Bustianu, uno dei pochissimi in vita a ricordarla:

Era un pomeriggio estivo di un giorno imprecisato di tanti anni fa. L’estate di cui si narra fu particolarmente afosa ed arida. La siccità perdurava da parecchio e si cominciava a temere per le colture autunnali e per la sorte del bestiame alla ricerca del pascolo.
In quel vago pomeriggio afoso, Nannìa cercò una posizione comoda nel giaciglio di paglia e si addormentò sotto i raggi della palla di fuoco che riscaldava esageratamente la terra. Gli suggerirono il sonno: la sazietà, la solitudine, la pace, la noia ed il frequente frinire delle cicale che accompagnava il calore implacabile. Qualche altro animale sonnecchiava a breve distanza.
Accade presso tutte le genti che il silenzio ed il torpore generino idee e propositi grandiosi. Nannìa fu ispirato da uno di questi pensieri; probabilmente sudava e forse qualche insetto si posò per qualche istante sulla sua pelle arsa. Sognò delle immagini che lo impressionarono molto più che se le avesse vissute nella pena della veglia. Erano delle figure simboliche mai viste prima, ma riconoscibili, quasi familiari. Avevano un impeto mistico e tenebroso, anzi no, erano rassicuranti, paterne, forse soprannaturali ma di sicuro propiziatorie. Dovevano essere dei segni della divinità solare, visto che da questa erano pur stati suggeriti. O forse erano state le divinità ancestrali, i Padri da cui era originata la genìa del popolo sardo e, prima di loro, della dinastia di Ur, ad averlo illuminato.
Nannìa vedeva le sagome umane così vive e carnali da sembrare eterne o realizzate da una mano adolescente, magari ispirata da un amore inconfessabile.
Le fissò sulla pietra. Ne intuì le dimensioni e ne colse la superficie, ruvida e fredda. Fu perché sognò sotto il sole che trovò conforto nel freddo della pietra.
Si svegliò, con le immagini appena sognate che ancora gli apparivano con vigore, come in un delirio. Mosso dall’intento di fermarle prima che potessero svanire, raggiunse la piana e accorse alla dimora di Ur-Ilbaba, re-pastore del villaggio. Gli rivelò che gli Avi gli avevano ispirato delle immagini in sogno. Si proponeva di incidere le figure sulla pietra così come gli erano apparse: rappresentare l’implorazione avrebbe reso clemente il cielo e propiziato la fine della siccità.
Il re, distrattamente sonnolento, acconsentì con un cenno del capo, quindi bofonchiò un -Fache, fache… (Fai, fai pure…) e si voltò dall’altra parte del giaciglio.
Nann�a si concentrò allora sulla scelta dell’ubicazione…
-Tiu Bustianu saltò questo pezzo-
…Scelse infine le rocce cave delle domus de janas, dove un tempo si compiva il rito del seppellimento. Vide una parete di roccia dove avrebbe potuto comodamente lavorare senza doversi curvare troppo. Intuì il tronco, poi gli arti, aperti nel gesto di prostrazione alle divinità ancestrali. La testa rotonda ed il pene manifestamente raffigurato, come un quinto arto, a rappresentare la fertilità.
Con meraviglia, sgomento, forse anche con sollievo, scoprì, sotto le cicatrici di muschi antichi, la sagoma di una testa esattamente identica a quella da lui sognata e che stava per tracciare. Rimuovendo i detriti si accorse, al chiarore della lucerna, che le figure antropomorfe del suo delirio erano già incise sulla pietra. Qualcuno prima di lui, forse millenni prima, aveva avuto la medesima intuizione e lo aveva anticipato.
Il numero delle figure, la loro disposizione, le dimensioni… tutto, fino al minimo dettaglio, era riprodotto come lui lo aveva intuito. Si era trovato a disseppellire ciò che era sul punto di creare. Pensò che l’anima di chi aveva inciso quei petroglifi ora albergasse nel suo corpo; sentì un brivido ed avvertì l’energia del poderoso demiurgo che lo aveva ispirato nel sonno.

Tiu Bustianu si interruppe e chiuse le palpebre per qualche secondo. Il bicchiere di vino stretto nella mano destra, il sigaro, ormai spento, nella sinistra.
Si scosse, distrattamente sonnolento, e con il tono di chi si sta per congedare fece: -Beh!…
Sbadigliò, posò il bicchiere ed accennò a ritirarsi, mentre il più giovane dell’uditorio insistette per sentire la fine.
-Ello sa fine cheres inténdere? Sa fine fit custa, non bi nd’at àtera de “fine”, no! -Disse quasi schernendolo Tiu Bustianu.
(Vuoi sentire la fine? La fine era questa, non ce n’è altra di fine, no!)
Infine, poggiando sul petto le mani fiere concluse:
-Beh, como nos corcamus…
(Beh, adesso ce ne andiamo a dormire…)
Un sacro torpore sonnolento, analogo a quello che aveva colto Nannìa e Ur-Ilbaba, lo stava sorprendendo.

New York, Ottobre 1995.

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Meskiag-Nannar è il nome del secondo re della prima delle dinastie sumere di Ur; Kudda del terzo re della quarta dinastia di Erech, ma in sardo significa “quella”: fingiamo pertanto fosse una regina. Ur-Ilbaba e Nannìa, i nomi rispettivamente del secondo e del settimo re della quarta dinastia di Kish, anch’essa sumera.
(Leonard C. Wooley: “The Sumerians”. Barnes & Noble Books. New York, 1995


l racconto fa parte della raccolta “Insonnie newyorkesi e altre simulazioni” pubblicato dalla casa editrice “IL MAESTRALE” Nuoro 1998   

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2 Responses to LA LEGGENDA DEI PETROGLIFI

  1. luana turcio dicono:

    Paolo, leggere questo tuo racconto è sempre una bella emozione. Mi piace il modo, lieve e profondo insieme, in cui trascini il lettore in un mondo fantasticamente reale. O realmente fantastico? Il racconto, mi dici, è pura invenzione (meravigliosa invenzione, aggiungo io). Ma leggendo la descrizione di una visita alle domus de janas de Sas Concas, compiuta qualche anno fa con il prof. Lello Fadda, esperto di simbologia nuragica, il senso del tempo, mitico e o reale, della vita e della morte, si mischiano e si confondono, e il tuo racconto aumenta la meraviglia per un luogo del genere, facendomi desiderare di verificare di persona l’effettivo fascino del luogo. Ecco cosa riporta un visitatore, di quell’esperienza nella grotta dei capovolti insieme al prof. Fadda.
    La domus si presenta come una grotta ampia e con un ingresso agevole, le pareti abbastanza verticali a descrivere un quadrilatero. La volta della domus e la parte superiore delle pareti sono separate dal resto da una linea continua che percorre tutto il perimetro. La volta è costellata da piccole coppelle che ricordano un cielo stellato. Alla sinistra della parete di fronte all’ingresso si notano dei graffiti a forma di “U” allargata tagliati al centro da una breve linea verticale: ce ne sono a vari livelli che, percorrendo la linea di demarcazione in senso orario, scendendo di livello si avvicinano ad essa. Rappresentano la nascita della “sensazione” di ciascun essere umano nella Monade Cosmica (Dio? Il tutto?); a livello inferiore lo stesso disegno rappresenta la nascita dell’idea concreta dell’essere in divenire, nel terzo e più basso livello l’unione della madre col padre terreni. Da notare che i tre livelli sovrapposti danno luogo al candelabro ebraico a sette braccia.
    Come in un fumetto, da guardare dal centro della domus ruotando su se stessi in senso orario, si vede prendere forma il capovolto a cui compare (orientativamente al quarto mese di gestazione) la testa col significato che il feto diventa un essere umano (chissà quante diatribe etico – religiose, tra i nostri antichi padri, per stabilire da quale momento un feto diventa essere umano… o forse no, lo sapevano e basta, senza discutere?), quindi il capovolto attraversa la linea continua e diventa umano. Mentre si ruota su se stessi a questo punto ci si trova davanti all’ingresso della domus e si può guardare fuori: lì c’è la vita che scorre. A conclusione della rotazione si vede la “farfalla” che attraversa stavolta in senso inverso quella linea per tornare da dove era partita, in forma evoluta, portando con sé l’esperienza di una vita. Fin qui, l’interpretazione del prof. Fadda. Che altro posso aggiungere? Spero solo sia l’interpretazione giusta, perché la trovo bellissima. E trovo che il tuo racconto sia la giusta conclusione…
    ad maiora!

  2. Paolo dicono:

    Grazie Luana, troppo gentile!! Io a mia volta son debitore di quegli oscuri avi che 4.000 anni fa hanno inciso i petroglifi. Ovviamente la leggenda è fittizia: non è scritto da nessuna parte che David H. Lawrence udì questa leggenda, e né il linguista Michael S. Huighes né il prof. Giovanni Lilliu hanno mai sostenuto ciò che ho attribuito loro. E’ tutto inventato, insomma, ma d’altronde anche le leggende “vere” sempre invenzioni sono! Solo che – a differenza di quelle inventate da noi – hanno superato il setaccio del tempo per arrivare sino ai giorni nostri!
    La “paraleggenda” mi serviva per aggiungere fascino, mistero e credibilità alla leggenda. Con artificio lo ammetto, ma con sincerità letteraria, emulando nel mio piccolo il grande J.L. Borges.
    Quanto ai petroglifi, ho appreso della farfalla come animale psicopompo in un paganesimo panmediterraneo diffusa in diverse civiltà. Psicopompo ovvero che guida e accompagna nell’aldilà i defunti. Un tema che mi affascina moltissimo, ma ne so davvero poco.
    Grazie!

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