BUENOS AIRES TROPPO TARDI cap.III

Ripropongo un capitolo del romanzo in corso d’opera. Capisco che slegato così non sia comprensibile, però l’esperimento permette di raccogliere mozioni, critiche, suggerimenti, stroncature già in questa forma. Capisco anche che la struttura “romanzo nel romanzo” confonda ancora più le idee e impedisca una comprensione dell’insieme, ma se ne avete voglia pronunciatevi comunque… GRAZIE!

 

PalermoViejo.jpg scorcio del quartiere Palermo Viejo
  
  “L’uomo all’angolo della casa rosa”, stavolta sono io. Mi sento come il personaggio del racconto “L’attesa” di Borges, per quanto sporco, sudato e affaticato dalle dodici ore di volo. Come l’uomo del racconto ora dovrei accendere una sigaretta e fumare circospetto, anche se non fumo più. La casa non è poi così rosa, forse lo è stata un tempo in omaggio al palazzo governativo, poi qualche mano di pittura avrà stemperato quel rosa, forse per rispetto al palazzo governativo. Un piccolo edificio a tre piani. L’indirizzo è Fitz Roy 2215 2° 4. Ma io, come il tassista, preferisco Fitz Roy incrocio Guatemala. Cerco i cortili di Borges, i muri, le strade, le voci che prima ancora di modificarsi o di perdersi per sempre reclamano il rimpianto dei versi. Osservo d’infilata la schiera degli alberi sul marciapiede che svanisce nella profondità. La misura del prodigio è il quadrato di terra da cui affiora il platano che fu nei libri. Gli isolati della numerosa Buenos Aires sono i versi che l’hanno cantata. Ma nel tragitto fra l’aeroporto e il centro ho visto anche i versi più sghembi, quelli che non verranno mai stampati né letti, rapsodie di cemento dai fianchi ciechi, in attesa che un giorno altri palazzoni si addossino accanto, casupole accatastate e miserevoli come giambi tronchi e scartati. Come l’anno scorso, come dieci anni fa, la città ammalia senza concedersi ai suoi ammiratori. Scusa Buenos Aires, penso fra me e me, non è che non mi voglia far sedurre, ma darei la precedenza ad una doccia, ad un letto.
Di fronte, l’insegna “confitería El Siciliano” mi ricorda senza fantasia ma quasi come un vanto il nome del quartiere. Ehi, barrio Palermo, mi sento già di casa qua, dovrai imparare a riconoscermi.

Ahora está muerto y con él
cuanta memoria se apaga
de aquel Palermo perdido
del baldá y de la daga

(JL Borges, Milonga de don Nicanor Paredes)

En la memoria de Palermo estabas
en su mitología de un pasado
de baraja y puñal y en el dorado
bronce de las inútiles aldabas,
con su mano y sortija. Te sentía…

(JL Borges, Buenos Aires)
 

il resto del capitolo continua nei commenti

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14 Responses to BUENOS AIRES TROPPO TARDI cap.III

  1. paolo dicono:

    In attesa dell’affittuaria, mi siedo a cavalcioni sul bagaglio ed apro il giornale. “Il leader della CGT critica il capo del governo della città per i 2.300 dipendenti messi in mobilità e annuncia uno sciopero di 72 ore. Omicidio nel quartiere Recoleta. Osvaldo Saralegui, professore di filologia in pensione, ucciso con un colpo di pistola nella sua abitazione. Nouvelle vague a Buenos Aires: esce il film “El hombre robado”, di Matias Piñeiro, commedia romantica, storia di fantasmi urbani”.

    Eccolo il mio contatto. È una ragazza magra, dall’andatura sostenuta e leggera, mi immaginavo una donna di mezza età, una signora Teresa dell’omonima pensione. Viene verso di me.
    “Salve, tu sei Eugenio?”
    “Sì sono io” confermo stringendole la mano.
    “Vanesa” dice, con una voce che sembra una ricompensa. Ha due esse Vanesa anche se lo scrivono con una. Mi fanno impazzire come parlano, come ti dicono “vos”, come pronunciano Eugenio, con una gi ruvida e gutturale.
    Il portoncino dà su un atrio minuscolo, poi oltre le cassette delle lettere una rampa di scale porta agli appartamenti.
    “Ecco qua. Questo è il living e anche l’atelier, e di qua il laboratorio, qui accanto c’è la cucina. La tua stanza è al piano di sopra” indica la scala accanto alla cucina. “Qui verrò ogni tanto a cucire o a far misurare qualcosa a qualche cliente, insomma, non scenderai in underwear a fare colazione, vero?”
    L’appartamento è frugale, semplice, con un’aria di casa di villeggiatura fuori stagione. Tutto è ordinato, due stand appendiabiti cromati con pochi capi appesi, alcuni manichini, un lampadario anni Sessanta, nessuna pianta, pochi quadri alle pareti.
    Al piano di sopra la mia stanza ha un materasso matrimoniale su una rete bassa, quasi a terra, un armadio grande, un comò con sopra una tv antica.
    “Qui c’è il tuo bagno personale, ti chiederei di usare solo questo e non quello di sotto. E questa porta dà sul terrazzino. Vieni ti faccio vedere.”
    Uno scorcio di Buenos Aires vista di spalle, come se offrisse un suo lato nascosto da un osservatorio che sembra indiscreto. Schiene disordinate di palazzi, antenne, casupole, magazzini, cortili dove giacciono ingombri e da cui sbucano piante d’agrumi. E sopra l’ineffabile cielo dell’autunno australe, ma qui mi appare come intrappolato, angusto.
    “Quando abitavo in questa casa ci stendevo la roba qui fuori” ricorda Vanesa, mentre rientriamo nell’appartamento.
    “E questa porta?”
    “Questa porta è chiusa. Dà su una stanza che andrà all’appartamento adiacente. Ma tanto non ti servirà aprirla. Ora ci sono ingombri. Presto ci sarà un muro al posto di questa porta.”
    “C’è la connessione internet qui?”
    “No, purtroppo no. L’ho disdetta tempo fa. Ce l’ho solo in casa ora. Ti serve?”
    “Sì mi servirebbe tutti i giorni o quasi”.
    “C’è un locutorio qui vicino, all’angolo di Fitz Roy con l’Avenida Santa Fe. Dovrebbe restare aperto fino a tardi, forse 24 ore al giorno.”
    “Che è un locutorio?”
    “Un posto telefonico pubblico, un tempo c’erano solo cabine telefoniche, ora soprattutto postazioni con pc”.

    Vanesa mi offre un mate nel soggiorno. Curioso vedere una donna sorbire il mate dalla bombilla d’argento, un gesto, un rituale che avrei detto maschile.
    “E che fai qui a Buenos Aires? Vacanze o lavoro?”
    “Lavoro. Ma è anche una vacanza. Mi sento in vacanza quando lavoro all’estero. Sono qui per conto di una casa editrice italiana”.
    “Ah, ecco. Quando Silvina mi ha chiesto la casa per un amico, non pensavo fosse un collega di lavoro, pensavo un amico in vacanza”.
    “Chi è Silvina?”
    “Silvina Zanoni, della Editorial Imparcial. È una mia cara amica. Perché, non vi conoscete?”
    “La Editorial Imparcial sì, è gemellata con la mia casa editrice, ma la tipa che si è occupata della mia sistemazione no. Non personalmente. È simpatica come te?”
    “No, molto di più” ride. “E qui a Buenos Aires che farai precisamente?”
    “Dovrò fare qualche corrispondenza, pezzi per riviste letterarie o periodici. E se sono ispirato un racconto o un romanzo. Poi reperire testi che potrebbero interessare l’editore italiano, intervistare autori, segnalare fiere, attività, umori letterari, indicare libri che possono vendere bene in Italia. Libri che raccontano il Paese.”
    “Qui qualche mese fa si è tenuta una grande fiera del libro. La più importante del Sudamerica dicono”.
    “Lo so. Ero qui per la fiera l’anno scorso. Ed è allora che ho pensato di tornare.”
    La conversazione galleggia e resta nell’aria, e fa rimpicciolire il living-atelier di Vanesa. Un manichino senza testa assiste senza poterci sentire né interrogare.
    “E poi, vorrei andare sulle tracce di parenti che potrei avere in Argentina.”
    “Potresti? Non sei sicuro di averne?”
    “Mio bisnonno paterno venne qui in Argentina ai primi del Novecento. Lui e due fratelli. Quattro anni dopo rientrò in Italia: mia bisnonna non voleva saperne di raggiungerlo dall’altra parte dell’Oceano. Gli altri due fratelli rimasero ancora qualche anno, ma poi rientrarono pure loro. Senza mio bisnonno erano come sperduti, e forse avevano nostalgia di casa, chissà. E un altro fratello ancora, parecchi anni più tardi, dovette fuggire dal suo paese di origine. Decise di venire qui in Argentina, sfruttando i canali e le conoscenze dei fratelli.”
    “Anche lui rientrò in Italia dopo qualche anno?”
    “No, lui no. Ma di lui si son perse le tracce.”
    “E vorresti sapere se ha avuto discendenti?”
    “Be’ sì. Ritroverei un ramo della famiglia.”
    “Perché non cerchi sull’elenco telefonico? Potresti partire da lì. Al locutorio dovresti trovare gli elenchi delle altre province argentine.”
    “Grazie. Ci proverò.”
    L’aroma del mate mi fa tornare a un anno fa nel pensiero.
    Mi accorgo che Vanesa, mentre chupa dalla bombilla, vorrebbe chiedermi come mai lo zio Paolo dovette scappare dal suo paese. Una domanda indiscreta, a rischio di gaffe, di quelle che si preferisce non fare per evitare di sentirsi rispondere: era ricercato per omicidio. O forse sono io che equivoco, forse non le frega nulla del perché il prozio del suo inquilino ottantacinque anni prima dovette scappare.. Comunque sia, rispondo alla domanda che non mi fa.
    “Mio zio scappò perché… dicono fosse molto bravo a mettersi nei guai, corteggiava donne promesse o impegnate, forse pestò i piedi a qualcuno… questo è ciò che hanno sempre detto in famiglia, poi chissà se…”
    “Il fratello di mio nonno uccise un rivale in una rissa fuori da un lupanare della Boca” rilancia con candore Vanesa. “E non fece in tempo a scappare da nessuna parte. Gli toccò il carcere.”
    Una vecchia pendola a muro sottolinea i secondi dei nostri silenzi.
    “Non ti ho chiesto come ti chiami di cognome.”
    “Santucci”
    “Santucci? Come Romina Santucci?”
    “E chi è?”
    “Un’attrice argentina. Una pin-up parecchio desiderata dai maschi argentini. Magari scoprirai di essere sua parente!” Vanesa sorride, poi chiede:
    “Ti tratterrai per tutto il mese?”
    “Credo di sì.”
    “Se dovessi cambiare alloggio o andare via, ti prego di farmelo sapere con una settimana di anticipo. Ho parecchie richieste e non ho il tempo di occuparmene.”
    “Mi sembra di star bene qua. Conto di restare almeno fino alla fine della fiera, che sarebbe fino al 7 maggio. Ma più in là ne saprò di più, ti farò sapere”.

    * * *

    Il locutorio ha ampie vetrate che danno sulla strada ricoperte da ritagli di cartone color evidenziatore con scritto: “connessione internet”, “fax” “fotocopie”. È una strada molto trafficata, l’Avenida Santa Fe, piena di pedoni, negozi e di venditori ambulanti dai visi andini.
    Al locutorio c’è una postazione libera.

    From: eugeniosantucci@wmail.com
    To: lidia.coppelli@mediaeditrice.it
    Subject: dall’argentina
    Ciao Lidia, eccomi finalmente a Buenos Aires! Ho intenzione di raccogliere materiale e appuntamenti x attività. Vorrei incontrare Santiago Vega, chesi fa chiamare col nome d’arte Washington Cucurto un tipo molto attivo a BsAs, ha fondato il progertto Eloisa cartonera che mescola cartoneros ad autori ed artisti affermati. Poi Altri che son passati alla fiera del Libro. Alla Editorial Imparcial il mio riferimento è Silvina Zanoni?
    Ciao fammi sapere non dimenticare –5 ore di fuso orario. Eugenio

    «Italiano? Ho visto sul monitor…»
    «Sì…» resto impacciato qualche secondo, mentre la guardo. È una ragazza carina, questa nella postazione accanto alla mia. Agile e minuta, le braccia sinuose, le dita affusolate, una cascata di capelli scuri un po’ mossi. «Ciao, mi chiamo Eugenio.»
    «Ciao, Gabriela» dice stringendomi la mano.«Non ti preoccupare non leggevo, ho visto solo con la coda dell’occhio un sito in italiano. Italia… di dove?»
    «Sardegna. L’isola. Ma vivo a Roma, anzi ora non so più bene dove vivo. Diciamo che se torno a casa vado a Roma. E tu che… cosa, che fai qui?»
    «Qui? Qui a Buenos Aires ci vivo. Qui in questo locutorio mi connetto. Ho appena traslocato e nella nuova casa non ho ancora la connessione internet.»
    Ce l’ha scritto in volto che è universitaria. Le chiedo che materia studia. È già laureata, fa un dottorato in architettura. Fine delle trasmissioni. Ciao, ciao. Ciascuno continua con il proprio schermo.

    From: eugeniosantucci@wmail.com
    To: lidia.coppelli@mediaeditrice.it
    Subject: desde BA
    Dimenticavo, Sistmazione ok, grazie.
    1) Vi interessano solo autori, libri ecc.ecc? O anche attualità, calcio, le vicende dei pinguini patagonici? Nel caso fammi sapere.
    2) Autori del passato: Si potrebbe raccontare la ricerca di questi volumi, si potrebbero anche intercettare i libri non scritti. I libri degli autori scomparsi. L’eredità letteraria che hanno lasciato alla comunità non solo degli scrittori.
    3) Potrei raccontare la BsAs di oggi. Si potrebbe iniziare con un giro dei caffè a recepire stimoli. E poi l’attualità raccontata dai giornali… Io lo faccio lo stesso, poi vediamo se interessa.
    Chao Eu.

  2. Ida dicono:

    Sono consapevole che le critiche in questa fase sono più efficaci dei commenti positivi, però non ho trovato nulla a cui appigliarmi.
    L’unica cosa che mi ha lasciato interdetta è “in underwear”, non mi piace l’uso gratuito di parole straniere, mi ha distratto ma è un problema mio.
    Questo capitolo mi ha incuriosito e questo è senz’altro positivo.
    Dai Dai continua il lavoro, bravo

  3. Paolo dicono:

    è vero c’è underwear e c’è anche pin-up, che pure sono parole internazionali, “in mutande” è un po’ grezzo, proverò a metterci mano e a correggerle entrambe.
    Dici “è un problema mio”… e diventa anche mio che te l’ho suscitato. Per questo ti ringrazio molto!
    Grazie Ida!

  4. simona dicono:

    mi piace. occhio ai refusi e alla normalizzazione della punteggiatura (il . prima o dopo le “?). non è del tutto convincente il dialogo con Vanesa che si mostra talvolta curiosa all’eccesso e al contempo disinteressata… il ns modo di scrivere via mail cambia da destinatario a destinatario: il tono è generalmente omogeneo. spero di esserti stata utile, ma non mollarmi: voglio ASSOLUTAMENTE leggere tutto!!!! Buon lavoro. simona

  5. Paolo dicono:

    Grazie Simona, terrò conto dell’ottima segnalazione “non è del tutto convincente il dialogo con Vanesa che si mostra talvolta curiosa all’eccesso e al contempo disinteressata”… oltre che la normalizzazione della punteggiatura.

  6. mauro ardu dicono:

    stai attento a non far diventare il romanzo una sceneggiatura per Tinto Brass! Sembrerebbe che Eugenio “abbia un be’ di porra”….
    Vai avanti le premesse sono molto buone.Buon lavoro Mauro

  7. gianni stok dicono:

    alcune osservazioni non so quanto utili e appropriate:
    Mi fanno impazzire come parlano: non capisco se nel senso buono (mi piace come parlano – o il contrario – mi irritano…);
    dove giacciono ingombri / Ora ci sono ingombri : ingombri non è una parola usuale… se tre righe prima la usa il protagonista nel suo pensiero poi subito non la farei usare a Vanesa;
    Ma di lui si son perse le tracce.
    Toglierei Ma
    L’aroma del mate mi fa tornare a un anno fa nel pensiero. Lo cambierei in: L’aroma del mate mi fa tornare col pensiero a un anno fa.

    Per il resto non saprei… dovrei leggere anche i cap precedenti (poi lo farò). Mi sembra buono, un’atmosfera suggestiva…

  8. Paolo dicono:

    Gianni tu dovresti fare l’editor… e in parte lo fai.
    Altroché “non so quanto utili e appropriate” come dici tu: talmente utili e appropriate che le accolgo tutte quante.
    Grazie!
    Questo esperimento dimostra -se mai ce ne fosse bisogno- che ognuno di noi è in grado di cogliere cose che agli altri (soprattutto all’autore) sfuggono… le antenne sono molteplici e indirizzate in tante direzioni quanti sono i lettori
    P.S.: mi fanno impazzire = me encanta

  9. Regina Madry dicono:

    buon lavoro, Paolo! 🙂

  10. luciana dicono:

    chiedo scusa al padrone di casa, se mi intrometto con un offtopic… ma ho letto il commento di Mauro, che presumo sia lo stesso Mauro che ho conosciuto secoli fa, e di cui mi han chiesto notizie degli amici di quei tempi. Ci siamo incontrati dopo millenni tre mesi fa, e ci siamo abbandonati con voluttà ai ricordi di una 126 rovinosamente finita in un canale…Su Paolo, ho potuto aggiornare Cochi and friends, su Mauro, no! Se sei quel Mauro, un saluto…e se sei un altro Mauro, un saluto lo stesso! e chiudo la puntata di chi l’ha visto! scusa Pablo!

  11. Paolo dicono:

    Sì Luciana è lui!!! dal suo commento capirai che aveva voglia di scherzare!
    PS ricordi quella domenica di una vita fa – eravamo ragazzini – in campagna dalle tue parti, quando con Mauro prendemmo di nascosto la macchina di mia madre e finimmo in un canale?
    Oddio non voglio contare quanti anni son passati!

  12. luciana dicono:

    Sì, ricordo quella domenica. Non conto neanche io gli anni, preferisco glisser! Me l’hanno ricordata gli altri componenti della banda, per ricostruire il gruppo, mancavate solo tu e Mauro! E, anche se l’occasione non era la più felice, mi sono ritrovata a ridere e ricordare dettagli di quella famosa domenica, appena fuori della porta dell’obitorio…
    Che dire, la macchina di tua madre mi ha regalato un attimo di spensieratezza e piacevoli ricordi, anche se non era in una giornata come quella che avrei volentieri rivisto tutti.

  13. Paolo B. dicono:

    Oltre a concordare con Gianni sugli ingombri e l’aroma del mate, ti segnalo un paio di cose. Sono senz’altro di carattere soggettivo, quindi prendile per quello che valgono.

    La frase all’inizio:

    “Scusa Buenos Aires, penso fra me e me, non è che non mi voglia far sedurre, ma darei la precedenza…”

    mi sembra una chiusura ottima: così bella che la vedrei rafforzata togliendo “penso fra me e me”. Uno stacco che richiamerebbe, secondo me, l’incipit del capitolo: sorprendente e un pò brusco, ti catapulta nella sensazione più che nella situazione del personaggio.

    a metà:
    Uno scorcio di Buenos Aires vista di spalle, come se offrisse un suo lato nascosto da un osservatorio che sembra indiscreto.
    L’immagine è bellissima ma qualcosa non mi quadra nella frase… ci penso e ti scrivo di nuovo.

    In generale direi molto bene: penso anche all’altro capitolo che mi hai letto in dicembre (quello caliente molto più avanti nella storia) e mi pare che qui fai promesse che mantieni poi… A presto!

  14. Paolo, non me ne volere per il ritardo…ma l’importante è arrivare..
    La casa non è poi così rosa, forse lo è stata un tempo in omaggio al palazzo governativo, poi qualche mano di pittura avrà stemperato quel rosa, forse per rispetto al palazzo governativo….quest’ultima frase dopo la virgola non mi suona bene.
    in underwear non piace nemmeno a me a dir la verità, boh forse “in pigiama” in calzoncini rende lo stesso.
    due stand appendiabiti forse basterebbe appendiabiti.
    E se sono ispirato un racconto o un romanzo. Una virgola.. e se sono ispirato,.
    Sono pignola uff..l’hai voluto tu, è bellissimo il tuo romanzo e si scoprono incastonati tra semplici frasi autentici pezzi di poesie…
    Fammi sapere il seguito a quando.
    Un fuerte abrazo, nos comunicamos.
    Chau.

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