Argentina. Córdoba, la "docta" e la storia del vescovo Angelelli, martire dell'ultima dittatura

Córdoba, seconda città dell’Argentina, sede di ben 7 università, perciò chiamata, come la nostra Bologna, la docta.

Le brulicanti strade pedonali del centro, dove è conservata in ottimo stato la Manzana Jesuitica (dichiarata Patrimonio dell’Umanità dall’Unesco)

Bellissima città, piena di gioventù, viva, attiva. La Ciudad Universitaria sta a sud rispetto a questo nelle foto che è il centro.

L’Università Nazionale di Córdoba è la più antica del Sudamerica.

Questo è il Palazzo di Giustizia

La chiesa dei Cappuccini, all’esterno della quale, infatti, c’è la statua di un famoso cappuccino, generatore di business e di superstizioni:

Ecchilo qua.

Il Palacio Ferreyra che ospita un bel museo.

Un martire di cui ricorre il 32.mo anniversario della scomparsa:

Monsignor Enrique Angelelli. Fu vescovo di La Rioja. Il “vescovo rosso” come era etichettato dagli aguzzini: dopo il golpe del 1976 i militari proibiscono la diffusione pubblica delle omelie di Angelelli. Nei primi anni 70 Angelelli spinse i contadini a organizzarsi in cooperative, fece nascere il Movimento Rurale Diocesano. Dopo l’arresto del Vicario Generale della diocesi di La Rioja insieme a due dirigenti del Movimento Rurale, è il suo turno: fa le sue rimostranze davanti alle autorità militari, non si tira indietro neppure davanti al Comandante del Terzo Corpo dell’Esercito, Luciano Benjamín Menéndez, che lo minaccia: “Chi deve stare attento è lei, monsignore”. Dopo il sequestro e l’assassinio dei sacerdoti Gabriel Longueville e Carlos Murias, di Chamical, e dopo il brutale assassinio , a Sañogasta, di Wenceslao Pedernera, attivista del movimento rurale cattolico, collaboratore del vescovo Angelelli, tocca proprio al vescovo. Il 4 agosto 1976, Angelelli sta tornando a La Rioja, sulla strada 38. È a bordo di una Fiat 125 con padre Arturo Pinto, che sta al volante. Il vescovo ha appena celebrato una messa in suffragio dei due preti uccisi (Longueville e Murias) e porta con sé una cartella con documenti che compromettono i militari nell’omicidio dei due sacerdoti. Secondo padre Pinto una macchina li segue, poi un’altra, una Peugeot 504, in un luogo chiamato Punta de los Llanos. La macchina del monsignore viene affiancata e stretta fra le due, finché non viene fatta sbandare e finisce fuori strada. La macchina si capovolge. Padre Pinto resta privo di coscienza per parecchio tempo. Quando riprende conoscenza vede monsignor Angelelli morto, sulla strada, con segni di profonde ferite sulla nuca come se lo avessero picchiato. Arriva la polizia, arrivano militari che circondano l’area. Il corpo di Angelelli viene caricato su un’ambulanza e trasportato a La Roja. L’autopsia rivela parecchie costole rotte e una frattura nell’osso occipitale a forma di stella, probabile risultato di un colpo assestato con uno strumento appuntito. Come un picco o la baionetta di un fucile. Quanto alla macchina, i freni sono integri, il volante pure. Non ci sono segni di proiettili. Ma per la polizia Pinto avrebbe perso il controllo del veicolo, e mentre cercava di rimettersi in carreggiata ecco che un pneumatico esplode e Angelelli muore dopo che la macchina si ribalta un paio di volte. Il giudice Rodolfo Vigo accetta il rapporto. Qualche giorno dopo, il procuratore Martha Guzmán Loza raccomanda di archiviare il caso, considerandolo “un incidente stradale”. Eppure quella stessa cartella che il vescovo teneva stretta in mano il giorno della sua morte fu vista pochi giorni dopo al dipartimento del generale Albano Harguindeguy, ministro dell’Interno durante la dittatura militare. Alcuni vescovi come Jaime de Nevares, Jorge Novak e Miguel Hesayne diranno a chiare lettere che si tratta di omicidio, persino durante la dittatura, ma il resto della Chiesa rimane in silenzio.

Luciano Benjamín Menéndez, nominato più sopra, viene condannato all’ergastolo, finalmente, nel luglio di quest’anno (proprio quando mi trovavo a Córdoba), anche se non per l’assassinio del monsignor Angelelli, ma -insieme al generale Antonio Bussi- per il sequestro e la scomparsa dell’esponente politico Guillermo Vargas Aignasse. Delle 2300 persone illegalmente recluse durante la dittatura nel centro di detenzione clandestina La Perla, nella provincia di Córdoba solo 17 sopravvissero.

E la gioventù universitaria sveglia (grazie a Dio) di Córdoba, festeggia così la sentenza di condanna al carnicero (macellaio) Menéndez:

Fiesta del mondongo, ovvero trippa di maiale. Una festa a base di birra, rock e voglia di festeggiare ma senza dimenticare (chiedo scusa per la foto sfuocata).

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4 Responses to Argentina. Córdoba, la "docta" e la storia del vescovo Angelelli, martire dell'ultima dittatura

  1. maria rubini dicono:

    grazie per questa bellissima ricostruzione dell’assassinio del vescovo rosso… io sono domenicana, e so quanto silenzio da parte della chiesa ufficile in riguardo alla teologia della liberazione, ad esempio.
    un saluto

  2. Paolo dicono:

    Grazie a te del comemnto, e grazie della visita! ciao!

  3. Gianluca Iovine dicono:

    Mai dimenticare, mai, in nessun luogo. In altri luoghi, compresa l’Italia potrebbe verificarsi oggi quello che ieri ha visto l’Argentina.

  4. Grazie per la ricostruzione documentata. Ho notato che padre Gabriel Longueville, a parte qualche citazione, non ha nemmeno una voce Wikipedia in francese. C’è un motivo particolare? Si può rimediare?

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